Nè meno notevole è il seguire come i lavoratori manuali divenissero un elemento sempre più notevole e più avvertito nella stessa vita pubblica.
Gli artigiani aveano una festa loro particolare e che da essi prendeva nome (artificum dies) nel giorno anniversario dell’inaugurazione del tempio di Minerva (Quinquatrus)[696]. Pitture murali di Pompei rappresentano processioni di esercenti speciali mestieri[697].
Verso il settimo secolo questi artigiani erano cresciuti a Roma e nelle stesse borgate e costituivano un elemento, il cui avvenire e le cui speranze stavano tutti nell’opera delle loro mani[698] e che perciò nella vita politica rappresentavano qualche cosa di continuamente mobile, facile ad essere attirata nelle sedizioni e nelle congiure e a cui perciò ne’ momenti più inquieti si rivolgeva l’occhio di chi voleva giovarsene e di chi credeva di doversene difendere.
Lo stesso fatto che si radunavano in associazioni e collegi ci fa arguire che il loro numero doveva essere alquanto diffuso. Epigrafi della fine della repubblica ci danno notizia di parecchi di questi collegi d’artigiani, così a Roma[699], come nel Lazio[700], e ce ne lasciano supporre naturalmente più altri, tanto più quando si consideri, che, se alcuni di questi collegi riflettono mestieri di larga applicazione, altri concernono mestieri assai speciali.
Nel periodo elettorale queste unioni di artigiani costituivano una vera forza, un elemento con cui bisognava far bene i conti[701].
Questa diffusione delle arti manuali ci è pure attestata dal nome, che prendono da quelli che l’esercitavano alcune delle stesse vie di Roma[702].
La produzione di alcuni manufatti avea in qualche luogo trovate condizioni così favorevoli e vi si era così bene acclimatata da acquistare per tradizione una nomèa, che ne raccomandava l’acquisto anche fuori della ristretta cerchia cittadina. Catone fa tutto un elenco de’ vari centri speciali di produzione di singoli istrumenti ed utensili agricoli. Secondo le indicazioni di Catone[703] Cales e Minturnae fornivano specialmente arnesi di ferro, la Lucania plaustri, Venafro tegole, Pompei trappeti, Capua canapi e vasi di bronzo, Roma stessa vesti, anfore, serrature, canestri e così via. Questo differenziarsi, sia pure rudimentale, della produzione, mentre era indizio di una maggiore diffusione e di un più lungo esercizio de’ mestieri, riceveva un nuovo impulso ed un continuo incremento dallo sviluppo della viabilità, che, rendendo possibili o più agevoli le comunicazioni, eccitava a estendere la produzione oltre i limiti del consumo locale, specialmente quando, come ne’ casi accennati da Catone e in altri, l’abbondanza della materia grezza, o una speciale tradizione ed educazione tecnica e il conseguente credito acquistato dalla merce ne favorivano lo spaccio.
Era questo l’effetto mediato della viabilità sviluppata; ma vi era anche un effetto immediato ed era il largo impiego di lavoro bisognevole e che in parte dovea essere prestato da liberi, come si è altra volta accennato. E si trattava di una rete stradale che assunse a grado a grado proporzioni gigantesche[704]. Già sotto la repubblica alla Via Appia aveano fatto seguito la Junia, la Valeria e poi l’Aurellia, la Flaminia, l’Aemilia, la Cassia ed altre[705], che, oltre a’ lavori d’esecuzione, importavano periodici rifacimenti e continua manutenzione, a cui non sempre e in tutto erano chiamati a provvedere i possessori frontisti (viasii vicanei) per tacere dell’opera che questi stessi dovevano impiegare.
Le vie, poi, erano de’ rami più importanti di opere pubbliche, ma non il solo: la costruzione di edificî sempre più numerosi, destinati a scopi religiosi, civili ed edilizi e la loro continua manutenzione, gli acquedotti, gli espurghi e altre opere dettate da esigenze sanitarie[706] ci attestano ancora ne’ loro avanzi l’enorme quantità di lavoro per essi messo in movimento.
Non è possibile intanto dissimularsi i contrasti e le difficoltà, attraverso cui il lavoro libero doveva svilupparsi rimpetto al lavoro servile.