La scarsa produttività del lavoro servile dovea tardare ad essere sentita in una vita economica, come la romana, tanto artificiale e che viveva dello sfruttamento de’ soggetti e delle forme più o meno dissimulate della rapacità. L’effetto, che si risolveva in un esaurimento graduale delle sorgenti di ricchezza, era risentito, prima che da’ proprietari di schiavi, dagli altri, e solo con la sua azione lenta, continua e per molto tempo incompresa riusciva a ferire anche i più ricchi.

La schiavitù, per compensare la sua scarsa produttività e mantenersi, ha bisogno di terre sempre nuove e più feconde. Finchè questo bisogno potè essere facilmente appagato, la scarsa produttività del lavoro servile era facilmente dissimulato; e, anche quando questa possibilità fu meno agevole o fu esclusa, la reazione contro la concorrenza de’ cereali stranieri prese le forme di trasformazione di cultura e di un sopravvento della pastorizia sull’agricoltura.

Così la scarsa produttività del lavoro servile era ancora, se non evitata, larvata e girata.

Del resto la scarsa produttività del lavoro servile poteva essere risentita soltanto per effetto della concorrenza, e a ciò si opponevano varie difficoltà.

La concorrenza, in molti rami della produzione, tardava a sorgere perchè, per il prevalere della produzione casalinga, il prodotto non acquistava ancora generalmente il carattere di merce, e il commercio stesso, che, raccogliendo l’esuberanza de’ prodotti del lavoro casalingo, cercava di surrogare la grande produzione, si sviluppava gradualmente, e sempre ne’ limiti consentiti al mondo antico, con lo sviluppo graduale de’ mezzi di comunicazione. La minore produttività del lavoro è certamente meno avvertita da chi produce direttamente pel proprio consumo che non da chi produce per vendere a scopo di guadagno. Nel primo caso, anche avvertito, può non indurre subito, anzi tarda di solito ad indurre una trasformazione di metodo, sia per ragioni psicologiche, per senso d’inerzia, sia per ragioni d’ordine pratico, come la non chiara percezione del rimedio e l’impotenza di sostituire un metodo a un altro. Nel caso invece della produzione fatta per la vendita, vi sono la concorrenza e il mercato, che avvertono e obbligano a mutare metodi sotto pena della rovina.

Una delle conseguenze più prossime e visibili dell’economia a schiavi è l’abbandono delle terre meno feconde, che così rimangono incolte; ed era ciò appunto che cominciava ad accadere nel dominio romano[707]; ma non tutti riportavano il fatto alla sua vera causa, nè per molti grandi latifondisti, specialmente finchè il male non giunse al suo culmine, il danno dovè riescire molto grave e sentito.

In un certo senso, benchè in maniera non perfettamente consapevole, si può dire che Columella rilevasse ciò, ma come uno stato di fatto[708], e son queste le terre, che Columella voleva destinate a quella forma di lavoro libero, che era in questo caso l’affitto. Ma è ben chiaro, che, se questa era un’occasione all’impiego del lavoro libero, era anche un’impresa poco conveniente e facilmente rovinosa, che poteva essere accettata o sussistere semplicemente in condizioni quali si verificarono poi nello stabilirsi del colonato.

Per altre vie anche il lavoro servile inceppava lo sviluppo del lavoro libero.

Il lavoro assorbente, che toglieva modo al lavoratore di potersi mantenere, sia nelle forme esteriori che nello sviluppo intellettuale, al livello della classe dominante, aveva depresso il lavoratore e, nel differenziarsi degli elementi della società, gli aveva creata una condizione non solo economicamente ma moralmente inferiore[709]. La condizione inferiore del lavoratore poi, alla sua volta, si rifletteva sul lavoro stesso e ne abbassava la considerazione nell’antichità. L’estensione presa dalla schiavitù e la parte preponderante, che avea nell’esercizio de’ lavori manuali, dovevano più che mai — come è accaduto anche in tempi recentissimi, in paesi di economia a schiavi[710] — dovevano anch’esse costituire un altro motivo di riluttanza verso generi di lavoro, che accomunavano i liberi con i servi, e li portavano a confondersi quasi con essi.

Si aggiunga che anche la concentrazione della fortuna e la ripartizione tanto inuguale della ricchezza non erano fatte per favorire lo sviluppo del lavoro libero. Le ricche case provvedevano con la numerosa servitù a’ bisogni domestici, rifornendosi fuori soltanto degli oggetti di lusso che non era possibile produrre in casa e trovando il compenso del maggiore impiego di lavoro e di spesa in quell’assoluta disponibilità delle proprie forze di lavoro dirette e usufruite a proprio talento. La massa de’ disagiati d’altra parte, che non era in grado di sopperire con la produzione casalinga a’ suoi bisogni e doveva ricorrere quindi all’artigiano, vedeva dall’insufficienza de’ suoi mezzi depresso il tenore di vita e compressi i suoi desideri.