Le distribuzioni gratuite di frumento, le largizioni e le liberalità pubbliche e private, che tendevano sempre più a divenire consuetudine e stabile istituzione non erano adatte a mantenere per sè sole il proletariato, perchè non si estendevano a tutto il proletariato, nè a tutta la famiglia, ed erano anche insufficienti al conveniente mantenimento di un uomo solo[711]. Ma, indirettamente, esercitavano un’azione deprimente sul lavoro libero, giacchè permettevano a chi ne partecipava di locare l’opera propria per una mercede inferiore al minimo necessario e di abbassare così il tasso generale della mercede, che si regolava sull’offerta più vantaggiosa. Accadeva precisamente qui quanto si è osservato in linea più generale[712], che chi sostituisce con elemosina il 10 % del salario deficiente a centomila persone, fa ribassare per ciò stesso del 20 % il salario di un milione di lavoratori.

Sotto questo rapporto le distribuzioni pubbliche di Roma vanno considerate ad una stregua diversa da quella, a cui debbono giudicarsi le retribuzioni delle funzioni pubbliche nell’antica Atene. Il soldo dato a’ cittadini ateniesi per la partecipazione alle funzioni pubbliche era una indennità diretta a compensare anche in parte soltanto il cittadino del lucro cessante pel mancato impiego della propria attività; ma chi l’aveva, occupato ne’ tribunali e nelle assemblee, non poteva fare concorrenza agli altri lavoratori, e anzi il numero di questi, così più ristretto, doveva far elevare la misura della mercede. Invece a Roma le distribuzioni, fatte a mero titolo di largizione, con una tessera ch’era anche talvolta ceduta, esercitavano tutta l’azione che un sistema di carità pubblica può avere.

Una mancanza quasi assoluta di dati per l’epoca repubblicana non ci consente di conoscere in maniera determinata la proporzione delle mercedi. Cicerone, in una delle sue orazioni[713], valuta a dodici assi il guadagno giornaliero di un lavoratore, ma lo dice quasi per incidente; e questo semplice accenno, senza alcuna distinzione di tempo e di lavoro tecnico o semplice, non può nè appagarci, nè costituire la base di conclusioni rigorose. Nondimeno una cosa si può osservare, ed è che, col caro de’ viveri e delle pigioni[714], segnalato per Roma ne’ tempi più vicini, quel salario era insufficiente a’ bisogni della vita, il cui tenore si era pure elevato e si veniva ancora elevando; era inferiore perfino alla sportula de’ clienti del tempo di Marziale e che pure pareva sì poca cosa[715]. Ma nella sua insufficienza mostra nondimeno l’avvenire del lavoro mercenario, perchè l’esiguità della mercede può valere come un indizio della concorrenza e quindi dell’incremento del lavoro salariato, e al tempo stesso fa indurre che la convenienza del lavoro salariato, il suo stesso buon mercato gli avrebbero dischiusa la via e avrebbero finito per assicurargli la prevalenza sul lavoro servile.

Intanto tutti questi ostacoli di carattere oggettivo e soggettivo, la difficoltà di trovar sempre lavoro, le attitudini non ancora bene sviluppate, il ritegno non ancora del tutto vinto di compiere opera da schiavi e di mescolarsi con essi davano luogo a un fenomeno anch’esso caratteristico dell’economia a schiavi[716], allo svilupparsi di una estesa classe di parassiti e al diffondersi del parassitismo sotto molteplici forme. Risorgeva la clientela[717], non fondata come l’antica su di un bisogno inevitabile di assistenza e di protezione, ma sulla cortigianeria, sull’indigenza accidiosa che aspira a vivere o deve vivere di carità con tutte le umiliazioni, le bassezze, le degenerazioni inerenti a un siffatto stato di cose e che per varî secoli sino a Luciano facevano le spese della satira, dell’invettiva, dell’ironia di poeti e scrittori[718].

Ma questa stessa larga categoria di parassiti, che con la sua inerzia e con la sua funzione sociale deleteria concorreva così efficacemente all’impoverimento della società romana, indirettamente anch’essa si può dire che cooperasse a rovinare l’antica economia a schiavi: e spostata continuamente, in quel crollare frequente di fortune divorate dal lusso e dalla ignavia, incerta sempre del domani e spesso dell’oggi, doveva pur dare ne’ tempi più difficili e ne’ suoi momenti più scabrosi una mano al salariato, che vi reclutava i suoi elementi avventizî.

Così l’ultimo periodo della repubblica, che virtualmente conteneva in sè tutti i germi schiusi poi nel periodo imperiale, mostra in forma abbastanza perspicua questa crisi, che, ne’ suoi ultimi effetti, doveva portare alla fine della schiavitù.

E sono appunto fenomeni e indizî di questa crisi i fatti rilevati e che si andranno rilevando.

La lotta tra la forma economica che si andava decomponendo e l’altra che accennava a sorgere con i suoi rudimenti non si compiva senza che gli elementi in contrasto s’infliggessero reciprocamente perdite e danni.

A Roma, come in tutti i centri e le zone, dove la schiavitù era più sviluppata e accentrata, dove il parassitismo avea terreno più favorevole e sfogo maggiore, il lavoro libero, accanto a qualche condizione che ne favoriva lo sviluppo, ne avea pure altri molti che lo ritardavano.

Fuori di Roma, dove i lavoratori liberi non avevano da dibattersi tra le distrette del caro de’ viveri[719] e delle pigioni, fuori d’Italia, dove il peso de’ tributi e lo sfruttamento del popolo dominante dovevano far sentire di più la scarsa produttività del lavoro servile e i varî altri svantaggi della schiavitù, il lavoro libero e le forme ad esso corrispondenti dovevano trovare migliori elementi di vita.