In ogni modo, a Roma stessa come si è visto, il lavoro libero, tra tutte le sue difficoltà, sussisteva e avanzava.
La schiavitù, quale che fosse la sua resistenza, dovuta all’energia, allo spirito conservatore, a tutte le ragioni che mantengono in vita ancora un’istituzione nella sua lenta decadenza, poteva dirsi condannato; e lo dimostrava anche meglio la trasformazione che avveniva nel suo stesso seno, volgendola a forma diversa e traendo dalla sua stessa compagine nuovi elementi pel lavoro libero o pel lavoro mercenario, che anticipava l’avvento e sostituiva la funzione del lavoro libero.
IX.
Il carattere predominante dell’economia più antica, come si è più volte accennato, consiste nella produzione fatta nella casa e in vista del consumo diretto. La schiavitù avea contribuito non solo a mantenere, ma anche a sviluppare questa produzione casalinga, sia prendendo il posto degli elementi familiari meno numerosi pel disgregarsi successivo de’ gruppi più complessi di parenti, sia come mezzo, nelle case più ricche, ad estendere l’attività della casa a un campo più esteso e più multiforme.
Intanto, col complicarsi de’ rapporti sociali e con l’avvento di uno stadio di economia più progredito ed elevato, la funzione degli schiavi sorpassava il ristretto ambito della cerchia domestica e si convertiva in qualche cosa di diverso e anche di opposto alla pura cooperazione della vita economica familiare.
Già la nuova fase dell’economia agricola, che al campo alimentatore della famiglia avea surrogato il latifondo con tutte le sue varie forme di produzione, variava, insieme alla primitiva posizione dello schiavo, il suo uso e il suo concetto più antico.
Ma ancora, con ciò, non è turbato quel carattere dell’economia antica che raccoglie nella stessa mano, come mezzi di produzione della medesima categoria il capitale e la mano d’opera. “Il lavoro sta così allo stesso grado della rendita fondiaria e lo schiavo al grado della terra, in modo che il lavoro come forza creatrice non ha rilievo in contrapposizione alla terra con cui esso crea. Quindi non si trova nell’economia romana la distinzione di capitale e lavoro, ma solo quella di sorta principale e frutto„[720].
Gli schiavi divenivano materia di speculazione. Erano comperati per dirozzarli, istruirli e poi rivenderli, come si faceva in casa di Catone il vecchio[721], e, appresso, date certe condizioni, se ne procurava la moltiplicazione e l’allevamento con l’esclusivo e precipuo scopo della vendita.
Si locavano, funzionando come una vera e propria forza di lavoro separata e indipendente dal capitale in cui il loro lavoro veniva incorporato, costituendo così una vera forma di salariato con tutti i suoi rapporti. Questo impiego degli schiavi, che s’incontra poi nel Digesto come un fatto ordinario, appare già, sia sotto forma di commodato che di locazione di opera, in giureconsulti della repubblica[722]. Crasso nelle speculazioni edilizie, a cui attendeva con ardore e con pari fortuna, forniva insieme, nella ricostruzione delle case incendiate, le aree comprate al ribasso e l’opera de’ suoi molti schiavi costruttori[723].
Si venivano così creando, anche nel seno della schiavitù e col suo mezzo, quella separazione e quell’antitesi del capitale e del lavoro, che dovevano costituire il carattere peculiare della nuova economia in contrapposizione dell’antica. La nuova fase dell’economia, con la divisione progrediente del lavoro, con i maggiori progressi tecnici, col bisogno di una educazione tecnica professionale rompeva l’insufficiente e chiusa cerchia della produzione casalinga e trovava nel salariato una forma più conveniente e più consentanea alla sua indole. Ma, per quella continuità che v’è tra il vecchio e il nuovo, per quella pressione lenta e assidua che infonde nelle vecchie instituzioni uno spirito nuovo e le adopera per nuovi bisogni, sformava il tipo genuino della schiavitù antica e le faceva assumere una forma ibrida, dandole l’impronta del salariato.