La schiavitù si sformava e si trasformava da tutti i lati.

Il peculium, sviluppandosi ed esercitando una funzione sempre più importante, non solo creava una nuova condizione morale allo schiavo, ma ne modificava radicalmente la posizione e la funzione economica e concorreva anch’esso a mutare il carattere dell’antica economia.

L’origine del peculium era veramente antica, tanto che si cerca trovarne la traccia nelle XII tavole; ma quello stato di cose più antico lascia indurre che si trattasse di cosa nè straordinariamente diffusa, nè che raggiungeva una rilevante entità. Appresso, con l’ampliarsi delle aziende agricole, col crescere dell’opulenza e delle liberalità, questo gruzzolo, consistente in danaro ed in ogni altra specie di valore, sia come frutto di risparmi che come premio e come partecipazione tollerata all’industria e all’azienda del padrone, doveva crescere di proporzioni e divenire più diffuso. Il peculio poi si raccomandava come una maniera di eccitare nello schiavo uno degli stimoli dell’operosità non facile a trovarsi in esso, l’interesse, ed avvezzarlo a quelle abitudini di economia e di solerzia, che avrebbero poi potuto riflettersi ne’ suoi rapporti verso il padrone; tanto che il possesso di un peculio era come una commendatizia e un indizio di lodevole operosità in uno schiavo. Rispetto al padrone, quantunque si dicesse che il peculio non dovea servire ad alimentare lo schiavo, quest’opinione doveva andar soggetta a molte riserve, specialmente ne’ casi di carestia e in quelli, in cui, come ci vien riferito degli schiavi siciliani, si trascurava il mantenimento de’ servi, abbandonandoli quasi a sè stessi per quanto concerneva il procacciarsi i mezzi di esistenza. Poteva in ogni modo il peculio valere come una riserva pel padrone, sia come un eventuale prezzo di riscatto, sia (giacchè il diritto di proprietà rimaneva sempre presso il padrone) come un premio quasi di assicurazione pel caso di morte del servo o di fuga, già resa più difficile da un interesse che lo teneva legato alla casa del padrone.

L’estendersi poi degl’interessi e dell’attività della classe padronale a paesi lontani e a’ più disparati campi d’azione allentava o rompeva quel rapporto continuo e contiguo tra padroni e servi e faceva sì che costoro, pur essendo le braccia allungate del padrone, avessero bisogno di una maggiore libertà di movimento e quasi di una certa autonomia. La condizione, il sostrato e l’effetto, tutt’insieme, di questa nuova condizione di cose era appunto lo sviluppo del peculio, sia nel senso dell’estensione come in quello della sua importanza: ed è questa l’evoluzione del peculio, di cui la giurisprudenza attesta e riflette il punto di arrivo anche più che non il divenire, e che perciò viene a vicenda affermata e negata per determinati periodi, tanto accentuata n’è la linea generale e tanto impercettibili, nella loro continuità, ne sono i momenti[724].

Nel sesto secolo di Roma il peculio de’ servi ricorre, non solo nella giurisprudenza dell’epoca, ma nella commedia plautina, con tale frequenza che si può concepire quale importanza dovesse avere nella vita degli schiavi e nell’economia romana in generale[725].

Ora questo nucleo di ricchezza, virtualmente e legalmente di proprietà del padrone e realmente oggetto e base di una economia separata del servo, era appunto il germe sempre più fecondato di un nuovo rapporto tra schiavo e padrone, che poteva e doveva convertire la dipendenza personale assoluta in un rapporto prevalentemente economico.

Il crescente movimento commerciale cercava di rendere mobile ed attiva la ricchezza, e di questa tendenza sentiva naturalmente gli effetti il peculio, che tanto più poteva essere fonte di profitti, quanto più gli riesciva di guadagnare di libertà e di autonomia, riflettute l’una e l’altra sullo schiavo, che del peculio era come l’appendice, ma che, attraverso il peculio, riusciva ad avere moralmente, se non giuridicamente, una personalità che gli mancava.

“Se il peculio non era di regola la base economica dell’esistenza autonoma della persona soggetta a potestà, c’è tuttavia sempre da pensare che nel caso della sua evoluzione avesse sempre più, gradualmente, assunto il carattere di un fondo adibito in un’azienda autonoma. Non vi è neppure da dubitare che il numero de’ peculii investiti in questa maniera e adoperati a questo scopo crescesse straordinariamente nel periodo in questione„[726].

Così tra la fine della Repubblica e il principio dell’Impero qualche giurecunsulto ci parla di servi ch’erano nel fondo come coloni[727] e di servi a cui il padrone loca il fondo e dà i bovi[728]. Come si vede, il servo cessa di essere uno strumento materiale nelle mani del padrone per assumere verso di lui, malgrado la deficiente sua personalità, l’aspetto almeno di un contraente. L’uno e l’altro accenno, in ogni modo, alludono chiaramente a un’economia non solo separata ma, si può dire, contrapposta a quella del padrone, la cui funzione veniva praticamente a concretarsi non più nell’impiego diretto dello schiavo, ma in un benefizio indiretto ottenuto con la costituzione di un improprio contratto di locazione.

“Tanto per questi coloni, come per gli schiavi adoprati sempre più come artigiani col principio dell’Impero, noi possiamo intendere così la loro condizione: che i coloni come affittaiuoli di appezzamenti pagavano un tributo annuo; gli operai di città erano provveduti di un’officina o dovevano pagare al padrone una tangente (Tantième) del loro guadagno[729]. Così si creava tutto un complesso di esistenze, che il padrone non deve più sorvegliare e a cui non deve più provvedere„[730].