Dalla schiavitù stessa, così, per un’intima trasformazione sorgeva, in forma ibrida ma corrispondente a un’epoca di transizione, una categoria di artigiani e di salariati, che tenevano dell’antico e del nuovo, del lavoro libero e del lavoro servile, del primo de’ quali — staccati omai dalla stretta dipendenza personale — adempivano la funzione e del secondo risentivano l’origine e la condizione giuridica.

Era una trasformazione che esercitava la sua azione non solo sulla condizione de’ servi, ma anche sull’economia generale del tempo di cui era un portato e su cui reagiva.

“Nell’economia a schiavi — è stato osservato in uno studio su’ concetti economici fondamentali del Corpus iuris civilis[731] — nell’economia a schiavi scompare il concetto di capitale come quantità di ricchezza fecondata dal lavoro in opposizione al lavoro stesso, e l’economia ha a fare con aggregati di ricchezza, che non impropriamente sono stati designati col nome di sostanza domestica (Oikenvermögen). Ma, in realtà, naturalmente doveva accadere che da queste grandi masse se ne staccassero altre minori e dall’ambito dell’economia privata entrassero in quello dell’economia sociale; queste masse minori consistono in cose e costituiscono un peculium, ovvero sono rappresentate da danaro e costituiscono una sors.

“La prima esce dalla sostanza domestica solo esteriormente come patrimonio dello schiavo, non di fatto: l’altra assume una funzione autonoma come capitale mobile circolante.

“Il peculium era importante, politicamente come un passaggio dalla schiavitù al servaggio, economicamente come un mezzo di rendere produttivo e mobile il patrimonio domestico, scientificamente in quanto con esso poteva realizzarsi una figura di capitale che si accosta molto al moderno.

Materia del peculium può essere tutto ciò che può formare parte del patrimonio domestico; esso sorge dall’accumulo di prodotti ed è destinato ad una ulteriore produzione.

“Lo scindersi di peculî dal patrimonio domestico e la loro produttività rendeva, in linea di fatto, l’immagine dell’economia romana simile alla moderna. L’industria domestica divenne una industria con capitali mobili; il lavoro divenne mobile e riuscì ad avere azione sulla formazione del capitale: il danaro divenne sempre più la base della circolazione e degli scambi compiuti prima direttamente per mezzo degli stessi prodotti[732].

“Così, mentre il peculio si atteggiava nella sua forma esteriore a capitale produttivo, eppure tornava sempre e ancora alla massa improduttiva del patrimonio domestico, spunta come autonomo il capitale mobile in forma di prestito (sors)„.

Un altro modo, per cui si facevano strada e si realizzavano la tendenza e il bisogno di sostituire l’impiego diretto degli schiavi con l’utilità indiretta, che si poteva trarre mediante una partecipazione a’ frutti della loro attività indipendente, erano le manumissioni rese sempre più frequenti e che hanno stretta relazione col peculio, sia in quanto questo si convertiva assai spesso in un prezzo di riscatto[733], sia in quanto, lasciato al liberto, seguitava ad esercitare assai meglio e più efficacemente la sua funzione economica, e metteva il liberto in grado di poter meglio esercitare il suo commercio, la sua industria e il suo mestiere con un capitale atto ad essere messo in circolazione od a fornire l’impianto.

Le manumissioni, che già dal 397 357 al 545 209, in soli centoquarantotto anni, erano state tanto numerose, come lascia supporre l’ingente somma ricavata dalla tassa su’ manomessi, erano venute così crescendo, specialmente negli ultimi tempi della Repubblica, che n’erano divenuti insieme uno de’ caratteri salienti ed una preoccupazione.