I motivi di queste numerose manumissioni, più volte accennati, si possono ritrovare nel desiderio di crearsi delle clientele da far valere ne’ comizi e nelle varie vicende della vita politica, nella vanità che godeva della fama stessa delle manumissioni e de’ loro effetti, nel desiderio di sottrarre a’ creditori una parte del patrimonio così notevole ma così facile a distrarsi, e finalmente anche nella crescente abitudine delle liberalità e, qualche volta, in un senso di filantropia, che, anch’esso, dovea crescere col progredire della civiltà e con l’allargarsi de’ più angusti orizzonti romani.
Ma, sotto a questi motivi di carattere più immediato e più appariscenti, operava, più dissimulata o meno consapevole, ma più persistente ed efficace, la pressione continua delle nuove condizioni di vita, che, facendo sentire l’insufficienza de’ vecchi rapporti economici e rendendo più elastici, col senso di scontento che suscitavano, le vecchie e rigide forme e i rudimentali modi di produzione, scalzavano l’istituto della schiavitù innovandone la vecchia forma e trasformandola in ibride forme di soggezione e di salariato.
II cinico consiglio del vecchio Catone di disfarsi dello schiavo vecchio e malato[734], che tanto doveva spiacere alcuni secoli dopo a Plutarco[735], non sempre poteva risolversi nella vendita desiderata e andava a finire talvolta in un abbandono, come ce lo provano le disposizioni proibitive dell’imperatore Claudio[736], e, in ultima analisi, in una manumissione.
Ma, indipendentemente da questo caso, la manumissione si raccomandava spesso per molti rispetti, sì da costituire un’utilità comune del padrone e dello schiavo.
Ben di frequente l’emancipazioni non erano gratuite[737], e quindi il padrone cominciava dall’esigere una somma, che gli permetteva, volendo, di rinnovare la sua servitù, sostituendo al servo più invecchiato e stanco uno nuovo. In ogni caso, fosse remunerativa oppur no la manumissione, nell’atto che si compiva non si poteva mai dire veramente gratuita, perchè non interrompeva i rapporti e il legame tra manomittente e manomesso, ed era concessa, tanto più quando era in apparenza gratuita, con l’obbligo di prestare tutta una serie di servigi e di lavori, che contrattualmente si potevano estendere anche a favore di altri che non fosse il patrono e si risolvevano in una vera partecipazione a’ proventi professionali e a’ lucri del liberto[738].
Già per sè stessa la condizione di manomesso includeva tutta una serie di doveri morali che importavano rispetto, devozione, aderenza al patrono, e si estendeva sino all’obbligo giuridicamente riconosciuto di fornire, in caso di bisogno, gli alimenti al patrono.
Includeva pure atti di liberalità, anche a ricorrenze fisse, durante la vita del liberto e un diritto più o meno limitato, secondo i casi ed i tempi, alla sua eredità[739]. Ma a questi doveri ed obblighi inerenti alla qualità di liberto, e però implicitamente od esplicitamente preveduti dalla legge, se ne potevano aggiungere e se ne aggiungevano contrattualmente tanti altri, che, costituendo la condizione della manumissione, avevano tutta l’elasticità di una privata convenzione[740]. In questa categoria rientravano l’obbligo di educare i figli del patrono, di pagare, a tempo determinato, delle somme e altre stipulazioni dello stesso genere. Il più comune e il più importante di questi obblighi consisteva nell’impegno assunto d’impiegare il proprio lavoro, in termini definiti, a favore del patrono, di prestare a pro’ suo le operae, che si dividevano in officiales — se dirette a soddisfare bisogni e commodità personali del patrono e della sua famiglia senza scopo di speculazione[741] — e fabriles, se suscettibili d’essere impiegati dal patrono a favor proprio o di altri, anche e massimamente a scopo di speculazione[742].
L’obbligo di prestare queste opere veniva costituito con una apposita stipulazione giurata dallo schiavo prima della manumissione, e, poichè lo schiavo non aveva personalità giuridica per obbligarsi rimpetto al padrone, la manumissione aveva efficacia a condizione che il liberto assumesse, sotto giuramento, quell’obbligazione.
La condizione impari del padrone e del servo, il desiderio in costui naturale di recuperare la libertà dovevano dare spesso alla convenzione un’indole leonina, e la manumissione rappresentava quindi pel padrone quello che si direbbe un ottimo affare. Il servo non gli costava più nulla e gli forniva un guadagno. D’altra parte lo stesso liberto, sorretto e aiutato dalla distribuzione pubblica a cui poteva come cittadino aver parte, agevolato da un capitale di scorta anche talvolta, rotto al lavoro ed edotto pure, in parecchi casi, di uno speciale mestiere, aveva un campo aperto alla sua attività in quella società, dove tanti elementi, per pregiudizi di classe e altri motivi, erano inoperosi.
Le norme di questi rapporti tra patroni e liberti, nella forma in cui noi le conosciamo, si vennero sviluppando e coordinando sotto l’Impero; ma, da quelle che è lecito riportare più sicuramente a tempi anteriori e dalla stessa disposizione con cui ripetutamente cercavano rimediare a deplorati inconvenienti, si scorge come i patroni cercassero di ritrarre tutto l’utile da questa condizione fatta a’ loro liberti.