Che le unioni coniugali anche di servi privati con donne di condizione libera non dovessero essere rare sin da’ primi tempi dell’Impero, ce lo lascia argomentare il senatoconsulto Claudiano, deliberato sotto Claudio nel 53 d. C.[821] e poi ripetutamente richiamato in vigore[822] con maggiore severità.
E del resto, a confermare questa ragionevolissima induzione, soccorrono le epigrafi, che ci dànno, con la prova, l’esempio di queste unioni tra liberi e servi[823], talvolta della casa imperiale[824], tra padrone e servi, specialmente schiave liberate e fatte spose[825].
Sono naturalmente semplici vestigi di tanti altri casi forse, di cui la memoria non venne fermata, od è andata perduta.
Intanto, il fatto che non solo questi rapporti si creavano, come la tradizione letteraria assevera, per rilassatezza di costumi, ma divenivano vere unioni stabili, il che è altra cosa; e non solo ciò avveniva, ma se ne prendeva atto pubblicamente nell’iscrizione sepolcrale e se ne formava come il documento; tutto questo attesta una corrente nuova d’idee, tutta una serie di pregiudizi vinti, un lungo cammino fatto per colmare la voragine già esistente tra liberi e schiavi.
XIII.
Il vasto dominio romano, quale si era venuto costituendo negli ultimi secoli della repubblica e che si veniva rendendo sempre più stabile ed ordinato con l’Impero, diveniva come il crogiuolo, in cui andavano a fondersi, fin dov’era possibile, gl’interessi, i costumi, le credenze, gl’istituti de’ suoi varî elementi.
L’immenso e meraviglioso sviluppo della rete stradale formava come il sostrato e la condizione materiale di un più agevole e più rapido sistema di scambi, e la pace, assicurata almeno nell’interno del dominio, era come l’auspicio e il lievito di quel lento ma continuo lavoro di fusione.
Eliminati, almeno nella forma rude ed immediata della guerra, i conflitti tra città e città, tra regione e regione, tra popolo e popolo, gli angoli si smussavano, le differenze si attenuavano, e tutte le energie, nella loro forma sia materiale che morale, convergevano a Roma, il centro omai del mondo incivilito, la città universale, donde ribattezzate, rese più organiche e dotate di maggiore forza d’impulso, trasformate in pensiero civile, in mezzo d’espressione universale, in opere d’arte, in leggi, si diffondevano pel mondo per mezzo de’ suoi coloni e de’ suoi mercanti, de’ suoi eserciti e degli agenti della sua amministrazione, della sua lingua e de’ suoi ordinamenti.
Era tutto un enorme movimento centripeto e centrifugo, una diastole e sistole enorme, mercè cui quel dominio si sforzava di diventare qualche cosa di coerente e di organico e trovava in Roma, cuore e cervello, la rivelazione di una vita, ch’essa alimentava del suo sangue e ch’era la sua, e che ogni parte, per intuito, sentiva come tale, pur non riescendo sempre a scorgere il mistero di quella concrescenza e di quella comunione spirituale.
Nell’ambito del dominio universale si veniva producendo come conseguenza necessaria, per una ragione naturale di equilibrio, una coscienza universale. L’incremento quantitativo dell’aggregato portava, come suole accadere, per una inevitabile reazione delle parti, ad una trasformazione qualitativa. Il particolarismo dell’antica vita romana si tendeva e si allargava sino a sfasciarsi e a scoppiare nel suo sforzo di abbracciare un campo tanto più ampio e di contenere lo spirito nuovo.