E, invero, le norme restrittive delle manumissioni avevano avuto qualche volta l’intento di tutelare l’interesse de’ creditori e di frenare la prodigalità inconsiderata di testatori noncuranti di ciò che eventualmente lasciavano dietro di sè; ma, sopratutto, avevano avuto uno scopo politico. La ragione politica, intanto, era stata soddisfatta con leggi ed istituzioni, che toglievano a’ manomessi una diretta e incondizionata partecipazione alla vita pubblica; e il consolidarsi del potere imperiale e il decadere delle istituzioni repubblicane, che importavano il governo diretto del popolo, eliminavano quelle preoccupazioni, le quali rendevano sospette e malviste, da un punto di vista politico, le troppo numerose manumissioni. Restavano invece le ragioni d’ordine economico, d’opportunità pratica, che favorivano le affrancazioni, e queste, ogni giorno più, in maniera più intensa, esercitavano la loro azione, fomentando con il sentimento della loro necessità e con l’abitudine stessa della loro frequenza i concetti morali e le norme giuridiche, che n’erano il riflesso teorico, la giustificazione e il mezzo d’azione più diffuso e più intenso.
Perciò quest’indirizzo si manifesta ben presto, nello stesso periodo più antico dell’Impero, ed è continuo e persistente.
Culmina, si può dire, con Adriano e i suoi più prossimi successori, sotto cui l’Impero meglio si consolida e assume la sua impronta universale; e tutte le cause e le forze, che durante due secoli circa avevano lentamente e occultamente operato, divengono più efficienti ed aperte in un’èra di sicurezza e di pace. Al tempo stesso l’indirizzo è omogeneo e continuo; e, per quanto la forma personale del potere imperiale desse un peso e un’azione non trascurabili all’impulso individuale del sovrano, persiste e si spiega con tutti quasi gl’imperatori, buoni e cattivi, determinato com’è non da motivi accidentali, non da cagioni di carattere esteriore, non da correnti religiose non ancora capaci di esercitare una efficace pressione specialmente su’ poteri pubblici, ma da cause intime, da un processo intimo di fatti che si estrinsecano in idee, e d’idee, che, successivamente, come risultanti di tante forze disperse, con raccolta energia, si concretano in una consapevole azione sociale.
XIV.
È appunto, quando Roma poteva dire di avere realizzato e reso stabile il suo dominio universale, e mentre una nuova coscienza morale e religiosa si veniva sempre più sviluppando in quell’organismo politico che abbracciava tutti i popoli con la tendenza a fonderli in uno; è appunto in quel tempo e in quell’Impero che sorse e cominciò a dilatarsi il Cristianesimo, avvalendosi dello stesso gigantesco sistema di comunicazioni e di scambi organizzato sotto gli auspici romani; assimilandosi le forme più elevate di vita intellettuale e morale a cui aveva approdato l’antichità attraverso la sua civiltà più volte millenaria; adoperando gli stessi strumenti di cultura, che l’antichità aveva elaborati e temprati.
Con un sentimento di tolleranza, ch’era al tempo stesso superstizione e strumento di regno, Roma aveva non solo rispettate, ma spesso anche accolte le divinità de’ vinti, implorandone il patrocinio e prendendole essa stessa sotto la sua protezione.
Questa tendenza ad accogliere tutte le religioni era, in gran parte, il prodotto dello stato rudimentale delle vedute cosmogoniche, che faceva identica, pur sotto aspetto diverso, la coscienza religiosa e fomentava e rendeva possibile l’ipotesi della coesistenza di culti differenti. Ma il fatto stesso dell’accogliere come in una vasta classificazione, una accanto all’altra, le diverse divinità, non poteva non avere una profonda azione sulle vicende della speculazione e delle credenze; e il concetto, più o meno accessibile e più o meno sviluppato, che una forza unica o un’unica divinità si riflettesse ne’ molteplici numi e che le religioni emanassero da un comune bisogno, il quale si manifestava sotto parvenze diverse ne’ diversi popoli, doveva portare ad un processo di eliminazione ed unificazione, e il più frequente e più persistente commercio materiale e morale de’ popoli doveva spingere a soddisfare ed esternare in forma più omogenea il bisogno e il sentimento comune.
La società del più antico periodo imperiale riflette appunto uno stadio notevole di questo processo[857]. Mentre l’Olimpo ufficiale si arricchiva di nuove divinità, qua e là, tra i sapienti de’ centri più civili si affacciava il sorriso superiore dello scettico; tra gli elementi più superstiziosi della folla, ricca e povera, cittadina e campagnuola, si facevano strada, raccomandati da riti bizzarri, culti orientali; e, in anime più buone ed elevate, il processo di unificazione si compiva cercando di dare alla coscienza religiosa un contenuto e una base prevalentemente morale, sorretta da una concezione religiosa ora monoteista, ora panteista, più spesso dominata dallo sforzo di conciliare monoteismo e politeismo, conservando la varietà antropomorfica sotto forma di potenze demoniache[858], e, assai più appresso, di santi.
Il prevalere del Cristianesimo rappresenta il compimento di quest’opera di fusione e il trionfo del lungo lavoro di trasformazione nelle istituzioni religiose e nelle coscienze.
Come è stato ben detto in maniera molto sintetica, “occorreva la mediazione della religione monoteista ebraica per far rivestire al monoteismo erudito della filosofia volgare greca la forma sotto la quale soltanto poteva aver presa sulle masse. Una volta trovata questa mediazione, non poteva divenire religione universale che nel mondo greco-romano, continuando a svilupparsi, per fondersi finalmente, nel sistema d’idee a cui aveva approdato quel mondo„[859].