Il Cristianesimo, nella sua forma più schietta, popolare e suggestiva, incarnava la coscienza universale, che si era formata nell’ambito dell’Impero e rispondeva alle nuove condizioni di questo, che veniva sempre più attenuando il suo carattere di dominio esclusivo romano per acquistare un’impronta tutta sua, consentanea alla fusione e alla risultante de’ suoi varî elementi.

In questa opposizione dell’uomo al cittadino, della vita individuale alla politica, della religione allo Stato, che si presentava come opposizione anche quando voleva sembrare od essere semplicemente distinzione, stava il germe del contrasto tra il movimento cristiano e l’Impero. La riluttanza al culto degl’imperatori ed altri fatti consimili n’erano piuttosto i fenomeni e gli incidenti. Roma, magari inconsapevolmente, combatteva nel Cristianesimo la forma e il riflesso di quella potenza trasformatrice e dissolvente, che sottraeva allo Stato il monopolio e il prestigio della religione, e, facendone base di un organismo crescente nell’organismo dello Stato e a detrimento di questo, dava al mondo romano, alla società universale dell’Impero un altro centro che non fosse il potere politico dell’Impero.

E la lotta fu dura ed acre, finchè la tradizione cittadina romana rimase viva e salda; ma, a misura che questa periva e scompariva assorbita nel vasto organismo dell’Impero, la nuova religione appariva come un principio unificatore, come il terreno comune de’ vari popoli dell’Impero, sempre più alieni da un’organizzazione politica, che perdeva ogni giorno più la sua ragione d’essere e diveniva un’istituzione, sotto molti aspetti, parassitaria.

Fare allora del Cristianesimo la religione di Stato potè parere quasi come sposare a’ suoi destini quelli dell’Impero e dare a questo una nuova base, piegandolo, come sostegno e rappresentante della nuova coscienza del mondo imperiale concretata nella nuova religione, ad apparire di nuovo come la forma costituzionale organica del mondo antico.

Così l’Impero, nell’atto stesso che rinnegava la tradizione romana abbandonandone perfino la sede primitiva, si manteneva fedele a’ suoi metodi di adattamento e di rinnovazione e prolungava indefinitamente la sua esistenza.

Intanto, col suo legale riconoscimento e col suo avviamento graduale verso la forma di religione ufficiale, il Cristianesimo era tratto sempre più a costringersi e plasmarsi entro i termini de’ rapporti sociali contemporanei, accentuando quella contraddizione tra l’insegnamento teorico e la pratica della vita, che si riflette nel pullulare di alcune sètte, nelle recriminazioni de’ rigoristi, nel recalcitrare de’ Padri e dignitari della Chiesa in lotta con la potestà civile, nella degenerazione dagli stessi membri della Chiesa denunziata dalla gerarchia ecclesiastica.

Le condizioni de’ tempi e la insormontabile forza delle cose vincevano allora e sopraffacevano la teorica virtù de’ precetti, dando uno spettacolo, in cui doveva vedere tutto una parata d’ipocrisia chi non riesciva a vedervi il germe ineluttabile del contrasto.

Così il secolo quarto e i successivi, accanto alle forme più elevate di predicazione morale e ad individui che ne costituivano l’incarnazione e il vivo esempio, presentavano tutte le forme della corruzione e della decadenza[865].

Così accadeva che, sotto imperatori cristiani, la legislazione regolatrice della condizione de’ servi costituisse, talora, una sosta, talora anche un regresso rimpetto alla legislazione d’imperatori pagani[866].

E, infatti, è proprio sotto Costantino, cioè mentre la religione cristiana, trionfando delle persecuzioni e degli ostacoli, otteneva il suo riconoscimento ufficiale; è proprio allora che una nuova sorgente di schiavitù veniva sancita e si rincrudivano le disposizioni sulla schiavitù.