Le cause occasionali della guerra potevano anche ridursi, come comicamente voleva un personaggio di Aristofane, ad una impresa ed una rappresaglia galante[66] di Megaresi e Ateniesi: il conflitto, in realtà, sbocciava dal seno della storia e dalle reali condizioni delle parti belligeranti come un fiore centenario, gigantesco, avvelenato e maturo.
Gli stessi motivi immediati e i pretesti della guerra, Potidea, l’impresa di Corcira, il boycottaggio di Megara, la pretesa indipendenza di Egina rivelano chiaramente lo scopo vero e la ragione intima della guerra: — il desiderio di limitare l’espansione verso l’Oriente o di allargarla in Occidente, — come apparve più chiaro con la guerra di Sicilia da un lato e dall’altro col proposito di ristabilire «il bruscolo nell’occhio del Pireo» e la rivalità commerciale. Ma tutti questi non erano che fenomeni di un dissidio più profondo e irrimediabile; e tali apparivano bene anche agli uomini del tempo.
La struttura economica rudimentale, che faceva dipendere la vita e il benessere di un popolo da una forma anch’essa rudimentale di parassitismo, dall’assoggettamento di altri popoli al tributo e alle forme successive di sfruttamento, da un lato rendeva illimitato il bisogno di espansione e dall’altro faceva di ogni regione un continuo pomo di discordia, la preda presente o futura del più forte, il premio reale o possibile di un eventuale conquistatore. Perciò niente pace e sempre guerra; guerra palese o latente, ritardata o anticipata, con maggiore o minore senso di opportunismo meditata o differita, guerra contro il suddito, guerra contro l’emulo. Mancavano appunto le condizioni e con esse lo spirito della coesistenza, che soli sono fattori e condizioni di pace. Tutta la diplomazia e i progressi delle relazioni internazionali consistevano nel larvare il vero motivo della guerra e nel mettere formalmente l’avversario dalla parte del torto: è la franca prepotenza del leone che prende in prestito dalla volpe il suo fare coverto e dal lupo il metodo di suscitare un’abile contesa con l’agnello.
Atene e i suoi avversari erano giunti a quella linea ultima, oltre la quale entrava in gioco, minacciata da presso, l’autonomia di tutta la Grecia.
Tutto ciò era così ben chiaro che, come dice Tucidide[67], «i Lacedemoni votarono di rompere il trattato e far la guerra, non tanto per essersi persuasi de’ discorsi degli alleati, quanto pel timore che gli Ateniesi non divenissero ancora più forti, vedendo che una sì gran parte dell’Ellade era loro soggetta». Del pari Pericle, secondo un discorso che gli fa pronunziare Tucidide, riconosceva il carattere inevitabile della guerra e l’opportunità di andarle incontro prima, piuttosto che poi[68].
Per questa sua stessa natura quella guerra doveva apparire agli occhi del suo storico[69] la più importante e grave di quante avevano avuto già luogo, e a’ nostri occhi si presenta come l’avvenimento centrale della storia ellenica, che costituisce il punto di arrivo della storia passata e il punto di partenza della successiva. Essa dovea rivelare, meglio di ogni altra cosa, le magagne e il principio dissolvente della vita greca; ma era destinata, ancor più, a suscitare ed acuire tutti que’ contrasti interni, che sono caratteristici della guerra dei Peloponneso[70], e rendono più chiare e visibili le vere cagioni della guerra e, mediante il contraccolpo che essa aveva all’interno, il suo vero rapporto con la struttura sociale del tempo.
Nel suo discorso, Pericle metteva bene in sodo quanto utile fosse il dominio del mare, ed aggiungeva come, considerando ciò più dappresso, occorresse non curarsi della campagna e delle case ed aver cura invece del mare e della città[71].
Dal punto di vista collettivo e della grandezza pubblica di Atene, il modo di vedere di Pericle era giusto. Nel mare stava la potenza di Atene: nel mare era tutto il segreto della sua forza, sì nel passato che nell’avvenire. Analiticamente lo avea già dimostrato l’oligarca autore dello «Stato degli Ateniesi» pseudo-senofontèo[72]. «Essi soli degli Elleni e degli stranieri sono in grado di acquistare ricchezza. Se qualche Stato è ricco di legname adatto alla costruzione delle navi, dove andrà a venderlo, se non voglia chi ha la signoria del mare? Se un altro ha abbondanza di ferro, di bronzo, di lino, dove andrà a venderli se non lo permetta chi impera sul mare? Or di queste cose appunto si fanno le navi: da uno si prende il legname, dall’altro il ferro, dall’altro il bronzo, dall’altro il lino, dall’altro la pece. Oltre di ciò, quelli che ci sono avversarî, non lasceranno andare che dove essi hanno l’uso del mare. Ed io dunque, senza affaticarmi, dalla terra ho tutte queste cose mediante il mare. Nessun paese poi ha due di queste cose, nè uno solo ha legname e lino, ma dove il lino è in gran copia, la terra è piana e priva di alberi: nè il ferro e il bronzo si hanno dallo stesso paese, nè da una regione le due o tre altre cose, ma in uno ve n’è una e l’altra in un altro. Ancora, presso ogni paese è una spiaggia, un’isola o uno stretto, così che è lecito a quelli che hanno il dominio del mare di bloccare i continentali e danneggiarli»[73].
E non si arrestano qui i vantaggi derivanti dal dominio del mare: tutto lo scritto sullo Stato degli Ateniesi ne è pieno.
In tempo di pace, intanto la collisione tra le diverse classi della popolazione, che traevano i loro mezzi di sussistenza e i loro cespiti di entrata dal mare e dalla terra, poteva essere evitata o dissimulata ed attenuata; ma, in tempo di guerra, quando veniva la volta di sacrificare al dominio del mare l’uso della terra, o all’uso della terra il dominio del mare, l’antagonismo d’interessi risorgeva e si rendeva tanto più acre quanto più diveniva spiegato e duraturo.