Gli antagonismi e gl’interessi discordi degl’individui e delle classi erano tali che costringevano gli uni a vedere la loro vita e il vantaggio nella morte e nel danno degli altri.
Quelli che avevano il monopolio della terra e in genere tutta la classe agricola, tutti quelli che, in maniera diretta o indiretta, scarsa o abbondante, potevano appropriarsi il prodotto della terra, naturalmente, inclinavano alla pace; ma il proletariato cittadino, i commercianti, quelli il cui benessere o la cui vita dipendeva dal dominio del mare, naturalmente tendevano alla guerra.
Era un solo e necessario indirizzo egoistico, i cui punti di applicazione soltanto erano diversi; erano due forme di parassitismo, di cui l’una si svolgeva all’interno, l’altra all’esterno, e l’una non avea occhio e considerazione per l’altra. Una società, in grembo alla quale questi diversi indirizzi operavano e si svolgevano, necessariamente veniva a trovarsi in uno stato di equilibrio instabile e gravitava continuamente verso la guerra, lo strumento più rudimentale e meno dissimulato di parassitismo.
Questo stato d’inquietudine e di conflitti interni era più accentuato, quanto più uno degli indirizzi opposti, la tendenza alla guerra, si faceva più spiegato. Questo stato di malessere, che costituisce un vero capitolo di patologia sociale, ci è appunto descritto da Tucidide, come conseguenza della guerra del Peloponneso in alcune delle sue pagine, che sono delle più efficaci e profonde e più obbligano a pensare.
Ad un punto, Tucidide si credeva abilitato a tirar fuori la natura umana, mentre pure egli stesso avea e poteva trovare ne’ fatti stessi raccontati la ragione de’ fatti. Ma non si può far colpa a Tucidide di aver cercato, ventitre secoli addietro, in una astrazione, in una immutabile natura umana indipendente da tempi e da luoghi, quella causa de’ fatti che anche oggi vien cercata da tanti a questa astratta natura umana piuttosto che alla condizione temporanea e concreta di uomini viventi in una data società con una determinata struttura economica.
«Da ultimo, per così dire, tutto il mondo ellenico fu messo in trambusto, essendo sorte da ogni parte contese tra i capi popolari, che volevano chiamare gli Ateniesi, e gli oligarchi che volevano chiamare i Lacedemoni, e in tempo di pace non ne aveano avuto il pretesto, nè erano pronti a chiamarli. Iniziata invece la guerra e contratte dall’una parte e dall’altra alleanze a danno degli avversarî ed a vantaggio proprio, facilmente, a quelli che volevano, si aprivano le vie di tentare novità. E sopravvennero allora alle città molte e tristi cose, che furono e saranno sempre, finchè la natura degli uomini sarà la stessa, ma accadono in forma più mite ed in aspetto più calmo, a seconda del giro degli eventi. Nella pace e nella buona fortuna gli Stati e i privati si conservano più sereni perchè non cadono in contrarietà non volute: la guerra invece, togliendo il benessere della vita quotidiana, è una violenta maestra e foggia su’ più difficili tempi gli animi de’ più. Era dunque perturbata la vita degli Stati, e le sedizioni che scoppiavano più tarde, per la stessa notizia delle cose già accadute, cercavano di mostrarsi più nuove ed ardite con l’ingegnosità delle imprese e la singolarità delle vendette. E, ad arbitrio, si mutò l’usato rapporto de’ nomi con le opere: l’ardire imprudente si chiamò coraggio a pro degli amici, il cauto temporeggiare larvata vigliaccheria, la saggezza maschera d’ignavia, dappocaggine verso tutto il contegno prudente verso ciascuna cosa. La fretta inconsiderata fu tenuta in conto di dote virile, la cauta ponderazione come un bel pretesto di disdirsi. Chi rinfocolava l’ira pareva fido sempre e chi moveva obbiezioni sembrava sospetto. Chi insidiava altrui pareva prudente, se riusciva nell’intento, e tanto più temibile quanto più astuto: chi invece provvedeva a che di ciò non vi fosse bisogno, era elemento dissolvente della sua fazione e timido degli avversarî. A dir breve, era lodato chi preveniva altrui nel male che si accingeva a fare e chi incitava altri che da sè non vi avesse pensato. Il congiunto diveniva meno stretto del partigiano come quello che era più pronto ad osare all’impazzata: giacchè queste consorterie non si costituivano secondo le leggi vigenti, a fin di bene, ma contro le leggi per sentimento di avidità. E la fede mutua tra loro non l’afforzavano tanto con la santità del giuramento quanto col violare insieme le leggi. Accoglievano le buone proposte degli avversarî come schermo pel caso prevalessero e non per generosità. Il vendicarsi era avuto in più pregio che non l’andare esente da offesa. Anche i giuramenti di pacificazione, se mai ve n’erano, dati da uno all’altro pel momento in qualche distretta, valevano pel momento, non avendo d’altronde potere; e all’occasione poi, chi prima se ne sentiva il coraggio, se vedeva l’altro disarmato, lo coglieva con più piacere nel suo fiducioso abbandono che non a viso aperto, sì perchè contava di essere più sicuro, sì perchè, riuscendo nell’inganno, ne riportava lode di accorgimento. Più agevolmente sono stati chiamati destri i molti malèfici che non buoni gl’ingenui, onde dell’ingenuità si ha vergogna e del malefizio s’inorgoglisce. Di tali danni era cagione il potere assunto per avidità ed ambizione; e dalle stesse cose nasce l’incitamento alle contese civili....»[85].
La guerra stessa così scalzava ed eliminava la guerra; ma non semplicemente coll’ispirare considerazioni simili a queste fatte da Tucidide, bensì col determinare, sul terreno pratico, condizioni di fatto che rendevano opportuno ed anzi necessario un diverso adattamento, un adattamento, come si dice, divergente. La guerra cominciava a non apparir più un punto di minima resistenza; invece, con l’incertezza delle sue fasi e degli stessi suoi acquisti, con le sue rappresaglie, con la ripercussione che aveva all’interno e all’esterno, dovea cominciare a destare sempre più repugnanza e dovea richiamare lo sguardo verso altri orizzonti, spingere verso altri campi l’attività umana.
Una guerra poi come quella del Peloponneso finita in una immane ruina, dovea, per necessità assoluta di cose, spingere a compensare il parassitismo esterno, venuto meno, con l’esplicazione di tutte le forze produttive interne, con l’impiego di ogni elemento utile che fosse in paese, col mettere a profitto ogni elemento di ricchezza.
Di questa necessità obiettiva e sentita si trova l’eco chiara ed esplicita riflessa in qualche scrittore del tempo[86]; e, d’allora in poi, la coscienza di questo nuovo indirizzo da dare alla politica dello Stato e l’opportunità di sostituire, con lo svolgimento delle energie interne, i mezzi di prosperità per l’innanzi cercati all’esterno, tornano con maggiore insistenza, specie dopo qualche rovescio, che con la forza stessa delle cose richiamava e ribadiva quell’insegnamento.
L’orazione d’Isocrate intorno alla pace, redatta dopo la ruinosa guerra sociale, tende appunto a far prevalere questo indirizzo e vuol conciliargli favore con ogni argomento sia di carattere utilitario, che di carattere morale, ma specialmente di carattere utilitario.