La pace che Isocrate vuole, è la pace con tutti, la pace a qualunque costo.
«Dico adunque — così egli si esprime — che bisogna fare la pace non solo con i Chioti, i Rodî, i Bizantini, ma con tutti gli uomini, e bisogna osservare non quelle convenzioni proposte ora da alcuni, ma quelle fatte col Re di Persia e con i Lacedemoni, che rendevano autonomi i Greci e disponevano che le guarnigioni sgombrassero le città altrui e che ognuno stesse contento del suo. Noi non troveremo mai nulla che sia insieme più giusto e più conveniente allo Stato»[87].
Seguita quindi ad illustrare questa proposta e a mostrare quanto vi fosse di buono sotto la modestia apparente dal suo ideale pacifico.
«Non ci basterebbe dunque l’abitare con sicurezza il nostro paese, l’avere a più agio tutto quanto occorre alla vita, il vivere concordi tra noi e il goder buona opinione presso gli altri Greci? Io credo che con tutte queste cose lo Stato finirebbe per essere di nuovo felice.
«Ora la guerra ci privò di tutte queste cose: ci rese più poveri, ci assoggettò a molti pericoli, ci ha messi in mala vista presso i Greci e ci ha in ogni modo danneggiati. Se faremo la pace e ci mostreremo quali vogliono i trattati, abiteremo con piena sicurezza il nostro paese, liberi da guerre, pericoli e trambusti, in cui reciprocamente ci siamo cacciati; ogni giorno aggiungeremo qualche cosa al nostro benessere, evitando le imposte, le triarchie e tutti gli altri obblighi della guerra, coltivando la terra tranquillamente, navigando il mare e attendendo a tutti gli altri lavori negletti ora a cagione della guerra. Vedremo il paese rendere il doppio di quello che ora rende, pieno come sarà di mercanti, di stranieri, di metèci, di cui ora è deserto. Quel che è più, avremo alleati tutti gli uomini, e non per forza ma per inclinazione, nè dediti a noi in tempi prosperi a cagione della nostra potenza e defezionanti ne’ pericoli, ma così disposti come debbono essere quelli che veramente sono alleati ed amici. Inoltre, avremo facilmente con le semplici ambascerie quello che ora non ci riesce avere con la guerra e con molta spesa. Non crediate che Chersoblepte voglia guerreggiare con noi pel Chersoneso e Filippo per Anfipoli, quando vedano che noi non aneliamo ad avere l’altro paese. Ora, verosimilmente, essi temono di averci come vicini a’ loro regni, giacchè vedono che noi non ci teniamo paghi a ciò che abbiamo, e bramiamo sempre di più. Se muteremo sistema e acquisteremo migliore opinione, non solo non insidieranno quello che è nostro, ma ci daranno del loro, perchè sarà loro utile, servendo alla potenza del nostro Stato, conservare con sicurezza i loro regni. Anche della Tracia ci sarà lecito averne tal parte, che non solo essi la terranno senza eccitare l’invidia altrui, ma i Greci, che espatriano per bisogni, ne avranno quanto basti a sostentarli. Dove Atenodoro e Callistrato, l’uno da privato e l’altro da esule, hanno potuto fondare città, là stesso noi, volendo, potremmo occupare molti luoghi. Occorre che acquistino preponderanza tra i Greci quelli, a cui stieno a cuore tali cose, piuttosto che la guerra e gli eserciti mercenarî, che ora massimamente desideriamo»[88].
Isocrate si faceva propugnatore di un indirizzo affatto opposto a quello ch’era nella tradizione e nella politica dell’ultimo secolo della storia ateniese: un indirizzo di raccoglimento, di neutralità disarmata, di rinunzia ad ogni pretesa od ambizione di dominio.
A quell’impero del mare, che l’oligarca dello Stato degli Ateniesi avea considerato come la pietra angolare della repubblica, che avea formato l’ambizione, la mèta e la forza dell’Atene periclèa, egli vi rinunziava. «Io credo che staremo meglio nel nostro paese e saremo migliori noi stessi e ci avvantaggeremo in tutte le cose, se smetteremo di volere l’impero del mare. Giacchè è questo che ci ha cacciato nel disordine e ha sovvertito quella democrazia, sotto la quale, i nostri progenitori furono i più felici de’ Greci, ed è quasi la cagione di tutti i mali che noi soffriamo e facciamo soffrire agli altri»[89].
Senz’altro Isocrate tiene a dirlo e a ripeterlo che l’ambìto dominio del mare è la causa di tutti i danni. «Bisogna riferire le cause non a’ mali sopravvenuti, ma a’ primi errori, onde poi si venne a questo fine. Così che direbbe proprio il vero chi dicesse che allora hanno avuto origine i loro mali, quando assunsero il dominio del mare: infatti assunsero un potere in nulla simile al precedente»[90].
Lo spreco de’ tributi e la facile dissipazione delle ricchezze male acquistate, il contrasto tra gli antenati che lottano contro i barbari ed il tempo presente, i danni delle milizie mercenarie e gli effetti della guerra; tutti gli argomenti, i fatti, gl’incitamenti sono adoperati per sostenere la politica pacifica, facendo assorgere il ragionamento schiettamente utilitario, come si è detto, a tratto a tratto, a una più elevata ragione etica[91].
Questa tendenza alla pace rispondeva del resto così bene a un bisogno del tempo e alla condizione reale delle cose, che, nello stesso torno di tempo, contemporaneamente o a breve distanza, nello scritto di Senofonte sulle Entrate degli Ateniesi s’insiste appunto sulla utilità e sulla necessità di dare tutto l’impulso possibile all’incremento della produzione interna per sopperire con essa a quei bisogni, che divenivano causa di conflitti e di guerre, quando se ne cercava, con l’estensione del dominio, all’esterno l’appagamento.