Lo scopo che Senofonte si proponeva, secondo la sua chiara ed esplicita frase, era appunto quello di «indagare se i cittadini non potessero trarre il sostentamento dal loro stesso paese»[92], togliendo così base od occasione al loro atteggiamento vessatorio e rapace verso altri popoli; e a ciò miravano le sue proposte dirette a favorire il commercio, a rendere lo Stato acquirente di navi da trasporto e di schiavi da allogare pel lavoro delle miniere.
Chiudendo lo scritto con lo stesso pensiero con cui l’avea iniziato, Senofonte affrontava, senza altre ambagi, la questione della pace e della guerra.
«Se alcuni pensano che, quando lo Stato resti in pace, diverrà per ciò più imbelle, più inglorioso e di minore nominanza nella Grecia, essi a parer mio non guardano da un punto di vista giusto la cosa. Felicissimi divengono tutti gli Stati che godono di periodi di pace più lunghi, e, fra tutte le città, Atene specialmente è fatta per prosperare con la pace. Chi dunque, quando la città nostra stesse tranquilla, non avrebbe bisogno di essa, a cominciare da’ naviganti e da’ mercanti? Non quelli che hanno molto frumento da smerciare e molto e buon vino? I produttori d’olio, i possessori d’armenti e quelli che mettono a profitto sia il denaro che le loro attitudini, e gli artefici e i sofisti e i filosofi, i poeti e quelli che si applicano a queste cose, quelli che hanno gusto negli spettacoli sacri e profani, degni di esser visti e sentiti, e quelli finalmente che hanno bisogno di vendere e comprare, qual luogo troverebbero più adatto di Atene? Se nessuno contraddice a ciò, nondimeno soggiungono quanti vogliono rivendicare l’egemonia allo Stato, che questa si ottiene più che con la guerra con la pace; ma ripensiamo dapprima alle guerre persiane, se fu con la violenza o con i beneficî che allora divenimmo i capi della forza navale e i cassieri della Grecia.
«Ancora, dopo che per volere troppo primeggiare, lo Stato perdette il comando, non ce lo conferirono ancora spontaneamente gli isolani, poichè ci astenemmo dall’operare contro giustizia?.... Quando si credesse che voi pensate a mantenere la pace per terra e per mare, credo che tutti pregherebbero per la salvezza e il benessere d’Atene dopo quello delle loro patrie. Se qualcuno credesse più vantaggiosa la guerra che non la pace allo Stato, per quanto riguarda la ricchezza, non so come meglio potrebbe essere giudicato ciò, che guardando al modo come andarono per la città gli avvenimenti passati. Troverà che anticamente durante la pace vennero alla città molte ricchezze e che in guerra tutte furono spese: vedrà, se osservi, che anche oggi molte delle entrate andarono perdute a cagione della guerra e le altre spese in bisogni d’ogni genere; e, dopo che sul mare è tornata la pace, le entrate si sono accresciute e i cittadini ne hanno potuto disporre a loro talento»[93].
Intanto, come venissero accolti da molti, anzi da’ più, questi propositi di pace, appare dalla stessa orazione d’Isocrate, ove si accenna, ripetutamente, al favore con cui erano ascoltati quelli che predicavano la guerra[94]. E la ragione ci vien data indirettamente da Senofonte, là dove fa dire dagli uomini di Stato ateniesi che «conoscono ciò che è giusto non meno di tutti gli altri uomini, ma dicevano che la povertà della plebe gli obbligava a non comportarsi secondo giustizia verso gli altri popoli»[95].
Perciò, quando Senofonte voleva risolvere questa contraddizione con lo sviluppare tutte le sorgenti di ricchezza all’interno, era acuto nello scorgere le cause del male e pratico nel porre la questione. Ma egli s’illudeva sul valore e sulle conseguenze de’ suoi rimedî.
Senofonte, quasi in via di proemio, al suo trattato sulle entrate degli Ateniesi, presentava un breve quadro della produttività dell’Attica e delle sue risorse per dedurne quanto bene fosse dotata e come fosse in grado di provvedere a sè stessa.
Quello che Senofonte diceva della varietà delle sue condizioni e de’ suoi prodotti era vero, ma era vero pure che l’Attica non produceva tanti cereali quanti occorrevano ad alimentare i suoi abitanti; e la notevole importazione[96], a cui dovea ricorrere, era fatta per dare, essa sola, un particolare carattere alla politica e allo svolgimento delle sue istituzioni. Senofonte faceva il massimo caso delle miniere d’argento ed anzi si illudeva su di esse, al punto da ritenerle inesauribili[97]. Ma, lasciando stare questa illusione presto smentita dalla realtà, egli faceva del mercantilismo: credeva che bastasse una grande quantità di metalli preziosi alla prosperità di un paese. Se non che vi erano tante cose da osservare. Noi sappiamo a un dipresso quanto rendevano allo Stato, ma non sappiamo quanto profitto netto dessero in realtà le miniere. In ogni modo si trattava di un profitto particolare degli assuntori delle imprese, a cui non partecipava direttamente la restante parte della popolazione; e l’acquisto di schiavi pubblici, proposto da Senofonte, solo in parte avrebbe accresciuta l’entrata dello Stato con la locazione degli schiavi.
Comunque, la quantità maggiore di metallo prezioso realizzata avea soltanto un valore di scambio, e poteva riescire utile ad Atene solo in quanto le riuscisse di convertirlo in valori di uso. Le stesse osservazioni quindi che Senofonte faceva sulla potenzialità economica dell’Attica, le sue stesse proposte sull’acquisto delle navi onerarie lo traevano successivamente alla conclusione che l’Attica fosse un paese fatto essenzialmente pel commercio[98]. Ora il commercio e il dominio del mare erano due cose così intimamente connesse, specialmente nell’antichità, che l’uno dipendeva dall’altro e non poteva svolgersi e svilupparsi senza di esso. Ma il dominio del mare era conseguenza e causa di guerre, e così si ricadeva nella necessità della guerra, quando più pareva che la si volesse e potesse evitare. E il contrasto lumeggiato da Senofonte fra i periodi di pace e i periodi di guerra era più sottile che vero, e poteva appagare piuttosto il lettore superficiale che non l’osservatore più acuto. Quei vantati periodi di pace non erano stati che conseguenza e preparazione di guerre, od erano stati una calma imposta e una soggezione accettata nell’intento di evitare un male maggiore. La prima e la seconda lega marittima, uscite da un periodo di guerra, facevano luogo all’egemonia ateniese anche per difesa contro la prepotenza spartana; e l’egemonia, per necessità di cose, naturalmente e insensibilmente, si trasformava o tendeva a trasformarsi nell’imperio marittimo di Atene.
Lo svolgimento delle energie interne del paese dovea ben servire a rendere meno frequenti le guerre; e l’orazione d’Isocrate e lo scritto di Senofonte non erano che la coscienza riflessa di un movimento reale che si produceva in questo senso. Ma questa esplicazione delle forze produttive non poteva essere così rapida e vigorosa da sopperire all’interno a tutti i bisogni, e, in ogni modo, quale che si fosse, sotto il sistema della proprietà privata, sotto forma di produzione individuale, non eliminava gli antagonismi e i contrasti di classe contro classe, all’interno, e di città contro città, all’esterno: piuttosto trasformava la proporzione e le forme degli antagonismi. Inoltre non in tutti gli Stati questa esplicazione delle forze produttive procedeva di pari passo, e così non si toglievano nè lo squilibrio, nè le cause di aggressione.