Un conflitto che dipendeva da così svariati elementi, come erano i molti Stati greci, non si eliminava col modificare le condizioni interne di qualcuno di esso soltanto. Anche la prosperità ottenuta per opera e virtù propria diveniva una occasione di guerra, stimolando le voglie altrui. Aristotele[99] osservava appunto che non bisogna essere tanto ricchi da eccitare la bramosia de’ vicini più forti, nè tanto poveri da non potere respingere le aggressioni. E la ricchezza e la povertà, da paese a paese, erano sempre qualche cosa di relativo, s’intende.

La favorita teoria aristotelica della soggezione naturale dell’inferiore al superiore faceva considerare la guerra come un mezzo naturale di acquisto, come una forma di caccia, della quale si poteva fare uso tanto verso le fiere, come verso gli uomini fatti dalla natura per obbedire ad altri. E questa era una guerra giusta secondo natura![100].

Le ragioni che, nella pratica si ritenevano atte a consigliare e sconsigliare la guerra, erano in fondo utilitarie[101].

In un ambiente come questo e con siffatta struttura economica, lo sviluppo delle energie interne non bastava ad evitare la guerra, e tanto meno bastava, quanto meno era possibile isolarsi.

Isocrate proponeva l’esempio di Megara[102], il che vuol dire che Atene avrebbe dovuto rinunziare al posto preeminente, da essa moralmente e politicamente occupato in Grecia, per ridursi alle proporzioni di Megara. E anche ciò le sarebbe giovato poco per evitare i pericoli e le conseguenze della guerra. Aristofane, per rappresentare le condizioni di Megara in mezzo alle distrette del tempo, la figurava in un mortaio, pestata spietatamente[103].

Era così: in forma sostanzialmente non diversa dalla nostra, ma in maniera anche più rudimentale, la vita antica era un viaggio fatto insieme, in poco lieta compagnia, da vasi di ferro con vasi di creta.

In fine del suo ragionamento anche Senofonte era costretto a proporsi il caso di un conflitto necessario e lo faceva in questi termini.

«Se qualcuno mi domandasse: Credi che bisogna conservare la pace, anche quando qualcuno faccia torto allo Stato? Non direi; ma dico piuttosto che più sollecitamente lo puniremmo, quando non avessimo fatto torto ad alcuno, giacchè l’avversario non troverebbe alleati»[104].

Questa domanda, evidentemente, scrollava dalla base tutto il ragionamento di Senofonte; e la risposta non era tale da eliminarla.

Il conflitto sorgeva, e da uno se ne svolgeva un altro, per necessità di cose; dalla difesa si passava all’attacco e dalla protezione del proprio territorio all’occupazione dell’altrui.