Le milizie mercenarie, contro cui tanto si ribellava Isocrate[105], erano state la conseguenza necessaria non solo di un maggiore progresso dell’arte militare, ma di un certo svolgimento di forze produttive, di un certo sviluppo industriale, che rendeva molesto a molti l’esercizio prima normale della milizia, e, per una maggiore specificazione delle funzioni sociali, faceva commettere la guerra ad una classe speciale tratta dal proletariato crescente e disoccupato.

La milizia mercenaria avea così in gran parte la sua origine in cause analoghe a quelle, che produssero nel Medio Evo le compagnie di ventura, e provava praticamente che lo svolgimento delle forze produttive, se è presupposto e base alla eliminazione della guerra e all’assicurazione della pace permanente, non è, per sè solo, sufficiente a produrre l’uno e l’altro di questi due effetti.

L’ideale della pace era sorto e si era venuto affermando naturalmente, a misura che da un lato la guerra, con le sue disillusioni e con i suoi lutti, si mostrava disadatta a realizzare uno stato di benessere durevole, e dall’altro si venivano sempre più maturando condizioni tali, che lasciavano sperare la possibilità di sopperire con lo sviluppo normale della produzione a’ bisogni della vita.

Ma, tutto ciò costituiva semplicemente la possibilità della pace in un ambiente in cui varî elementi avessero omogeneità d’interesse e potessero, concorrentemente, giovarsi de’ benefici della pace e provvedere in maniera normale alla soddisfazione de’ propri bisogni con l’appropriazione diretta e resa più agevole de’ mezzi opportuni.

Invece, in quell’ambiente regnava sovrana la più completa eterogeneità d’interessi, un’opposizione d’interessi quale può sorgere dove sussistono vive le antitesi di cittadino e di straniero nelle relazioni esterne, di proprietario e proletario in quelle interne.

Allora quella pace che poteva rappresentare l’interesse e la mèta di uno Stato prospero e industrioso, rappresentava invece un ostacolo per uno Stato, che con la prevalenza politica, e la estensione del dominio sperava ovviare alla sua inferiorità economica; quella pace che rappresentava l’interesse e la sicurezza del proprietario e dell’agricoltore costituiva una minaccia di disagio pel commerciante, per il proletario, per il mercenario.

In tal caso, le parole che inculcavano la pace erano destinate a perdersi inascoltate di fronte all’azione continua e prepotente delle cose.

Che se, talvolta, questa illusione della pace riusciva ad imporsi come norma di politica presente, tristi effetti ne potevano nascere in un tempo, in cui si apparecchiava la pace solo facendo o minacciando la guerra. La politica bellicosa di Demostene era la conseguenza ed il rimedio, tardo forse e impotente, della politica pacifica di Eubulo.

Degli Stati dell’antichità e della loro inclinazione alla guerra, poteva dirsi davvero: aut sint ut sunt aut non sint!

Il movimento verso la pace era dunque semplicemente il riflesso nella coscienza di uno squilibrio che diveniva sempre più vivo e più sentito, di un contrasto tra la possibilità per tutti di ottenere pacificamente i mezzi di esistenza e la serie di conflitti con cui gli uni tendevano a procurarseli divenendo i parassiti degli altri.