Questa aspirazione verso la pace, che, come un grande e luminoso arcobaleno, ondeggiava innanzi agli occhi, al disopra della vita, costituiva il nesso ideale tra una triste realtà, destinata a tramontare, ed una migliore realtà destinata a svolgersi da quella stessa.

Come aspirazione, come tendenza ideale, quindi, si affermava e progrediva, assai più che nella vita pratica, nel mondo della coscienza e delle idee, dove appariva come avvolta in un leggiero velo di malinconia.

Da Eschilo ad Euripide, da Erodoto a Tucidide la guerra veniva perdendo delle sue attrattive e la pace guadagnava favore.

A Tirteo si contrapponeva Bacchilide, e il suo poema era un inno alla pace.

«La grande pace dà a’ mortali la ricchezza e i fiori de’ canti soavi e fa che ardano agli dèi sugli altari fatti belli dall’arte, con aurea fiamma, le membra de’ bovi e delle pecore vellose; fa popolare di giovani i ginnasî e le aule. Negli scudi ferrati si stendono le tele de’ neri ragni; l’umidità rode le acute lancie e le spade taglienti; nè si ode più lo strepito delle trombe di bronzo, nè dalle mie palpebre è rapito il dolce sonno che molce il mio cuore. Le piazze son piene di amabili simposi, ed inni infantili si destano»[106].

Ma, altrove, Bacchilide stesso soggiungeva come oppresso dal peso di un destino crudele: «Non è dato agli uomini di eleggersi il benessere o l’instancabile guerra o la sedizione che tutto rovina; ma la sorte, ministra d’ogni cosa, spinge il nembo qua e là, su l’uno o l’altro paese»[107].

Così cantava Bacchilide.

Noi alla storia chiediamo appunto il segreto di quella «sorte ministra d’ogni cosa», la legge e la causa della pace e della guerra, nel passato e nell’avvenire; e qualche risposta pur ce la dà, la storia.

La pace e la guerra e la tendenza opposta all’una ed all’altra possono essere prese come due termini dell’evoluzione sociale. La tendenza alla guerra e la guerra permanente corrispondono alle forme economiche più primitive e allo stato più rudimentale di parassitismo. Con un modo di produzione più progredito si sviluppa sempre più fortemente la tendenza alla pace; ma resta aspirazione, spesso contrastata dalla realtà, finchè vuole soltanto sostituire la concorrenza all’appropriazione violenta; e mostra così, con la stessa sua inefficacia, di potersi tradurre in atto solo con l’avvenimento di una struttura economica, che, eliminando con la forma individuale della produzione ogni parassitismo di popolo verso popolo, d’individuo verso individuo, e limitando l’appropriazione della ricchezza per parte di ciascuno al solo prodotto del suo lavoro, tolga alla guerra ogni base ed ogni motivo utilitario.

V. Pace e guerra nell’antica Roma.