Le istituzioni di Roma sembrano plasmate dalla guerra e per la guerra; e la lingua stessa serba tracce evidenti e profonde di una vita tutta penetrata dall’esercizio della guerra.
Virtù è nel suo significato etimologico il valore personale, la forza virile preponderante che si spiega e trionfa in campo. Hostis è, al tempo stesso, il nemico e lo straniero, a cui giuridicamente non si riconosce diritto di sorta e a cui a rigore non compete alcuna tutela legale dello stesso suo stato di fatto[108]; e tutta la politica e la graduale organizzazione del dominio romano non sono che l’applicazione in parte strettamente logica, in parte temperata di questo principio. Se, nel seno della federazione latina la pace, stipulata in perpetuo, vale come la regola e la guerra come l’eccezione, fuori di quell’aggruppamento vale precisamente il contrario; e la pace, conservata come stato di fatto o assicurata temporaneamente da limitate stipulazioni, non è che un armistizio. La cittadinanza coincide, nelle sue più antiche manifestazioni, con l’esercito, e la sua attività politica sembra la funzione di quest’esercito mentre è in patria. Il potere nella sua forma più alta e completa si chiama, con un nome militare, imperium. Una delle funzioni della guerra, il servizio militare a cavallo, dà il nome e l’origine a tutta una classe della cittadinanza, l’ordine de’ cavalieri. Il possesso mobiliare mette capo alla preda, e quello immobiliare, per mezzo dello Stato, alla conquista. Roma estende il suo potere ad Oriente, ad Occidente, oltre le Alpi, oltre il mare; e, dovunque il vessillifero pianta le sue insegne, ivi tutto diventa proprietà di Roma. Che se la grande, ma pur limitata forza di espansione della sua popolazione, e considerazioni di ordine politico e amministrativo e interessi di dominanti le vietano di fare una colonia di ogni angolo di terra ottenuto per dedizione o conquistato, resta nondimeno ben fisso, in principio ed in legge, che solo il suolo italiano è suscettibile di dominio, mentre quello provinciale — propriamente tale — è semplicemente passibile di possesso e, anche lasciato agli antichi proprietari, rimane in mano loro a titolo precario con obbligo di un tributo, diverso secondo i casi, verso Roma proprietaria e sovrana. Perciò i paesi venuti in soggezione e chiamati amministrativamente provinciae, con nome che ne vuole dire l’origine, sono anche con espressiva metafora chiamati i fondi (praedia) del popolo romano[109]. «E, come la provincia stessa è stata concepita quale un’occupazione militare perpetuata, così la contribuzione, che si esige da’ provinciali, si concepisce come una contribuzione di guerra perpetuata, cosa a cui mena anche la denominazione stipendium; poichè il pagamento del soldo all’esercito vittorioso costituisce il punto di partenza per le contribuzioni di guerra... E, giacchè il suolo provinciale fu considerato come proprietà dello Stato romano, i pesi che vi gravano sono riguardati come rendita della terra (vectigal) dovuta al proprietario, e questa concezione ha appresso dominato»[110]. La finanza romana, specialmente dal cadere che fa in desuetudine il tributo di guerra, prelevato del resto straordinariamente e come imprestito forzoso sulla proprietà de’ cittadini, sino all’introduzione per opera dell’Impero di nuove imposte generali, è costituita tutta dal provento sia temporaneo che duraturo della guerra, impiegato in tutti gli usi della vita religiosa e civile, adoperato a dare uno sfogo alla popolazione esuberante, volto a sostenere nuove guerre, diretto a riparare e placare la sorgente e risorgente questione sociale. In modo che tutta la storia — quella rifoggiata dalla tradizione e quella rispecchiata da’ documenti — sembra comporsi e spiegarsi, come verso un nucleo ed un centro, intorno a questa preda strappata e difesa all’esterno, disputata all’interno; mentre la stessa coscienza riflessa del popolo consacra e magnifica, idealizzandolo, questo stato di cose e il poeta nazionale inculca il vaticinio d’imperare su’ popoli. Cicerone, egli stesso, sia pure per comodità di difesa, subordina con ogni altra l’emula virtù dell’eloquenza alla virtù militare, scudo e fondamento dello Stato[111], e più tardi ancora il giureconsulto, notomizzando il diritto esistente e intessendolo come una rete d’oro e di ferro intorno al congegno economico della società sua, dice come «diventano nostre per ragione naturale le cose che si prendono al nemico» e «quelle cose che prendiamo al nemico diventano immediatamente nostre per diritto delle genti, sino al punto che anche gli uomini liberi sono ridotti in nostra schiavitù»[112].
Pure, s’ingannerebbe, io credo, chi volesse riferire tutto questo a uno spirito naturalmente bellicoso de’ Romani, che, quasi per intimo e irrefrenabile impulso, corresse combattendo e conquistando tutta la terra.
A chi partisse da un tal preconcetto, andrebbe non senza opportunità rammentato quello che un finissimo scrittore francese faceva testè, con una vena di sottile ed elegante umorismo, osservare a un suo personaggio[113]: «... quanto a’ Romani, essi non erano essenzialmente militari dal momento che fecero conquiste profittevoli e durature, all’opposto de’ veri militari che prendono tutto e non conservano nulla, come, per esempio, i Francesi.
«Questo anche si deve notare che, nella Roma de’ re, gli stranieri non erano ammessi a servire come soldati. Ma i cittadini, al tempo del buon re Servio Tullo, poco gelosi di conservare soli l’onore delle fatiche e de’ pericoli, v’invitarono gli stranieri domiciliati nella città. Vi sono degli eroi; non vi sono popoli d’eroi, non vi sono eserciti d’eroi. I soldati non hanno mai marciato che sotto pena di morte. Il servizio militare fu odioso anche a questi pastori del Lazio che acquistarono a Roma l’impero del mondo e la gloria d’essere dea. Portare l’equipaggiamento fu per loro così duro che il nome di questo equipaggiamento, aerumna, espresse in seguito presso di loro l’oppressione, la stanchezza del corpo e dello spirito, la miseria, la sventura, i disastri. Ben condotti essi formarono, non già degli eroi, ma de’ buoni soldati e de’ buoni terrazzieri; a poco a poco conquistarono il mondo e lo covrirono di sentieri e di strade. I Romani non cercarono mai la gloria: essi non avevano immaginazione. Non fecero che guerre d’interesse, assolutamente necessarie. Il loro trionfo fu quello della pazienza e del buon senso».
La storia tradizionale, se anche altera il nesso e il sèguito vero de’ fatti, duplicando e moltiplicando, per esempio, le guerre, o spostando in tempi più antichi conflitti più recenti come quelli della lega latina, pure può accampare una pretesa di verità, in quanto attraverso i fatti singoli, sformati dalla tradizione orale e dall’elaborazione successiva, riproduce questo aspetto più remoto di popoli vicini e di territorio limitrofo o quasi, che stanno continuamente sotto la minaccia o il danno di reciproche incursioni e sopraffazioni. La menzione di uno stato di cose che non è pace e non è guerra, ricorre frequentemente in Livio, e, insieme alla stanchezza della guerra e alla repugnanza al conflitto, appare la necessità di prevenire con l’aggressione l’attacco e di scongiurare con atto anche audace la tempesta alla prima apparizione o al primo presentimento della lievissima nube che l’annunzia.
«A che tardate ancora? — fa dire lo storico latino da T. Quinzio Capitolino a’ plebei che non si vogliono arrolare[114]: — A che stato sono le vostre cose private? Già già stanno per essere annunziati a ciascuno dalle campagne i danni proprî. Quando, perdio, militavate sotto il comando di noi consoli, non sotto quello de’ tribuni, in campo non sul foro, e avevano paura del vostro clamore i nemici, avendovi a fronte schierati, non già i patrizi romani, allora tornavate a casa, a’ vostri penati, trionfanti, carichi di preda, ricchi di territorio preso al nemico, pieni di fortuna e di gloria, sì pubblica che privata: ora lasciate andar via il nemico carico delle vostre sostanze. Ve ne rimanete piantati nelle assemblee e vivete nel foro, mentre v’insegue quella necessità di combattere che fuggite. Era gravoso muovere contro agli Equi ed a’ Volsci: ora ecco che la guerra è innanzi alle porte. Se non la si rimuove di là, ben presto sarà tra le mura e salirà la rocca e il Campidoglio e vi premerà nelle stesse vostre case».
E, altra volta, Appio Claudio a proposito della guerra contro Veio[115]: «[Il nemico] non pose a coltura il suo territorio, e quella parte che coltivò è stata devastata dalla guerra. Se ritiriamo l’esercito, chi può mai dubitare che essi, avendo perdute le cose loro, non invaderanno il vostro territorio, non solo per la brama di vendetta ma anche per la necessità in cui si trovano di dover predare l’altrui? Non differiamo dunque con questo partito la guerra, la ricettiamo bensì entro i nostri confini....».
Sotto questo incubo il progresso di un popolo, il suo crescere, una impresa vittoriosa, per la gelosia e i timori che suscitava nel più prossimo vicino, divenivano anch’essi occasione di guerra. «La guerra di Veio — dice Livio[116] — crebbe pel repentino sopravvenire de’ Capenati e de’ Falisci. Questi due popoli di Etruria, essendo di regioni vicine, credendosi prossimi alla guerra con Roma quando Veio fosse vinta in guerra — i Falisci nemici anche per ragione propria per essersi già precedentemente immischiati nelle guerre di Fidene — strettisi insieme con giuramento mediante legati scambiati reciprocamente, inopinatamente con gli eserciti si accostarono a Veio».
Così la vittoria e la sconfitta, l’una con le brame che acuiva e le paure che suscitava, l’altra con l’aspirazione della rivincita e l’iroso desiderio della rappresaglia — tutto diveniva fomite e materia di guerra.