Anche qui la risoluzione del conflitto stava nella sua eliminazione, mediante la fondazione di un dominio unico e sovrano, ottenuto con tutti i mezzi che la forza delle armi e l’accorgimento della politica potevano suggerire e fornire.
Prima di tutto nella penisola.
Roma, benchè sòrta da umili inizî, anche per i suoi stessi umili mezzi, venne a trovarsi in condizioni straordinariamente favorevoli, rese tali anche vie maggiormente dalla sua posizione centrale.
Se Roma si fosse trovata di contro, in Italia, uno Stato assolutamente refrattario ad essere nè soggiogato, nè assimilato, la grandiosa opera politica di Roma sarebbe stata soffocata in germe, e l’Italia ci avrebbe presentato politicamente e militarmente lo stesso spettacolo della Grecia sempre scissa e sempre pugnante tra Sparta ed Atene. Ma in Italia mancava uno Stato, che, come Atene, messo alla testa di tutto un imperio marittimo, sfuggisse alla presa di un’opposta potenza territoriale e potesse irridere alla stessa devastazione de’ suoi campi fatti in vista delle sue mura; nè la politica e i metodi di lotta di Roma si restringevano in quelli angusti e sterili di Sparta.
Mentre Roma, modesta sovranità locale, combatteva ancora la sua lotta per l’esistenza, sulle coste d’Italia fiorivano colonie greche ricche e potenti, pel Mediterraneo andava dilagando l’egemonia cartaginese, al Nord fiorivano il potere, i commerci e la civiltà degli Etruschi, e dall’Italia centrale le stirpi sabelliche stendevano verso il mezzogiorno le loro propaggini, presto alla loro volta diramate ancora e moltiplicate.
Ma il contatto di tutti questi elementi, disgiunti da diversità di origine, di sistemi di vita, di sviluppo civile, era necessariamente un urto alla lunga estenuante e logorante, da cui i vincitori stessi uscivano affranti e consunti o senza sapere trarre un frutto adeguato e durevole dalla vittoria. Il dominio etrusco, già fiaccato su’ mari dal tiranno di Siracusa, sopraffatto contemporaneamente, secondo un sincronismo che il Mommsen chiama elegiaco, al confine meridionale da’ Romani e al settentrionale da’ Celti, era scalzato anche nell’Italia meridionale da’ Sanniti, che con le varie loro ramificazioni fiottavano, minando o fronteggiando, contro le colonie greche; e si venivano così disegnando nello sfondo come l’ultimo propugnacolo della resistenza italica e insieme il trionfo de’ Romani.
Mentre questi nuclei già annosi e potenti ruinavano, sgretolandosi spesso nella loro caduta, Roma era giunta all’egemonia del Lazio, che andò poi facendo luogo, attraverso resistenze e ribellioni, ad una vera sovranità di sostanza, se non sempre di forma, e protetta e rafforzata da quella limitata compagine di cui era il centro naturale. Alleata con gli Ernici, aveva ridotto in soggezione il paese de’ Sabini, de’ Volsci, aveva messo stabilmente piede sul territorio etrusco con la presa di Veio; e poteva già, come il falco che si libra per guatarsi attorno, volgere l’occhio pieno di cupidigie e di fascini alla circostante regione italiana.
Potevano i Celti irrompere anche vittoriosamente in Roma, ma, privi com’erano di salda organizzazione politica, di una vera coesione nazionale, la loro impresa di guerra, con tutte le disastrose sue conseguenze, rimaneva una tempesta che devasta, schianta ed abbatte, ma che, quando sia passata, feconda con le stesse piene riversate su’ campi. Potevano gli Etruschi con ricorrente inquietudine rialzare ancora il capo, ma come morti galvanizzati, dalle loro tombe che sole dovevano conservare la traccia misteriosa della loro storia. Le colonie greche, strette del resto da rapporti d’interesse e di amicizia, fatte mercato di provviste e di esportazione, potevano sussistere ancora, dove il ferro e il fuoco sabellico non erano giunti o non ne avevano trionfato, potevano costituire specie nell’estremo punto d’Italia una minaccia solo come punti di consistenza di un aiuto straniero. Contro la possibile riscossa de’ paesi sottomessi, Roma era andata stendendo le sue colonie e insinuando il suo spirito assimilatore.
Restava, grande antagonista, il Sannio, fiorente di gioventù bellicosa, ampio di territorio, addestrato alle armi, appoggiato all’Appennino come ad una rocca. Ma, come le fasi e l’esito del successivo conflitto hanno rivelato, per le stesse condizioni interne e la natura delle due compagini, la bilancia doveva finire per pendere dalla parte di Roma.
Roma favorita anche dalla sua posizione topografica, appoggiata alle rive di un gran fiume, baluardo e sentiero di traffico, in prossimità del mare, su lievi eminenze messe a cavaliere di un’ampia pianura, che da un lato si stendeva a perdita di vista, mentre dall’altro con dolce declivio andava a finire in una accidentata serie di colline e di montagne, sembrava fatta per essere il naturale centro di gravità della zona circostante, di cui non raccoglieva soltanto le forze, ma riassumeva anche la vita, divenendo perciò ben presto, come accadde, non solo la città egemonica e la signora, l’anima anche di una compagine, che in periodo di lotta esteriore ha tanto più forza, quanto più ha fusione ed unità. Questa stessa favorevole posizione topografica nel centro d’Italia le aveva permesso di polire e elevare l’agreste stato dell’agricoltore e del pastore col contatto commerciale e civile delle più varie civiltà e de’ gruppi etnici più diversi, senza che le subite e mutevoli fortune di una vita esclusivamente commerciale ne falsassero l’indole o ne sviassero lo sviluppo. Così un senso di bisogno o un desiderio del meglio che faceva guardare oltre il confine, un modesto appannaggio che consigliava di andar cauto, una disparità non grande di fortune, che manteneva, col desiderio e la possibilità dell’indipendenza all’interno, il reciproco controllo delle varie classi sociali obbligate ad assistersi e procedere concordi nella lotta esterna — tutti questi elementi costituivano il sostrato di una politica nè avventurosa, nè imbelle, nè miope, nè follemente ambiziosa, per cui la potenza di Roma — col progresso costante della luce solare, che dissipa le nubi, che si diffonde, che illumina, che riscalda quando più sale — potè allungarsi su tutto il mondo antico colle armi vittoriose che sgombravano la via, con i suoi negozianti che, alla avanguardia o alla retroguardia, ne accompagnavano il passo, con i suoi agricoltori che, venendo per ultimo, trapiantavano e radicavano le insegne, il nome, la lingua, le istituzioni della patria sempre viva e sempre presente in loro stessi. E, come conseguenza e complemento di tutto questo, una mai fiaccata virtù assimilatrice, che dovunque sapeva con occhio esperto trovare il punto di fusione, che su tutto metteva la propria impronta, che a tutto comunicava il suo spirito assumendone le forme e a tutto comunicava le sue forme assumendone lo spirito, innestandosi su qualunque ceppo diverso col miracolo del centauro che innesta sul dorso equino un busto umano, e proseguendo così invitta la sua corsa per avvincere a sè e in sè, in mirabile fusione, tutti i popoli, tutte le terre, tutte le civiltà della storia. E questo miracolo umano della storia si compiva sotto il pungolo dell’interesse, che, occhiuto si scagliava sulla preda, e prudente, a tempo opportuno, frenava gli eccessi dell’avidità, adoperando di volta in volta la generosità che lasciava liberi e ricchi, o la severità inesorabile che adeguava al suolo le città, colonizzando, invadendo, aggravando, civilizzando, pacificando, in modo da fare della stessa lotta per l’esistenza una missione epica ed etica, che dava alla storia il carattere grandioso e fantastico del poema e toglieva al poema il suo carattere costringendolo ne’ termini della storia.