Quanto al Sannio — anche senza volere oracoleggiare ex eventu, esagerando il giusto criterio di considerare come una necessità delle cose gli eventi della storia — quanto al Sannio, si può ben dire che per la sua ubicazione, per la sua fisonomia topografica e politica, pel suo grado di civiltà esso doveva rappresentare nella storia piuttosto l’episodio del valore sfortunato, il quale soccombe lottando per la propria indipendenza, anzichè la parte del popolo che dà l’indirizzo e il carattere a tutto un periodo della storia mondiale.
Disseminato per i contrafforti e le valli dell’Appennino, donde dilagava a’ piani e alle coste sottostanti non per assimilarsene la civiltà più progredita ma per sopraffarla con l’impeto di una raffica devastatrice, l’elemento sannita perdeva subito non solo il legame ma il contatto con le sue stesse ramificazioni più lontane; e anche le stirpi più vicine, nella mancanza di un centro di attrazione fatto tale dalla natura de’ luoghi e della vita, permanevano in una forma federativa, determinata più che altro dalle esigenze della difesa esterna, senza tuttavia fondersi in un più coerente organismo. Questo popolo che non aveva potuto trovare nemmeno in sè stesso un centro preponderante di attrazione, unificatore e moltiplicatore di tutti i suoi sforzi; a cui, se la mancanza di duttilità, di virtù assimilatrice e di adattibilità davano maggior potere di resistenza e maggior riluttanza al soggiogamento, toglievano altresì la possibilità di un’espansione durevole e pacifica; questo popolo aveva nella stessa sua posizione eccentrica, rispetto al resto della penisola, un’altra difficoltà a divenire il centro e la capitale d’Italia, il nucleo mediano di tanti popoli circostanti spinti a fondersi insieme, a costituirsi in uno Stato, a comporsi in una nazione. I montanari disadatti ad un’opera continua e restauratrice di assorbimento e di rinnovazione erano così destinati a vedere invaniti i loro sforzi ostinati e a soccombere — come soccombettero — contro il fiottare sempre più insistente e più gagliardo del popolo che aveva in sè tutta la virtù germinativa dell’albero ben piantato in suolo propizio e che, grazie alla forza delle sue radici, per ogni ramo reciso dalla scure o spezzato dalla bufera, spande meglio, con vendetta allegra, nell’aria una più lussureggiante dovizia di germogli e di rami.
E dopo il Sannio venne la volta di Taranto, la colonia greca più fiorente, piantata sul porto più bello, che aveva accarezzato benchè senza fortuna il sogno di un largo dominio territoriale alle sue spalle, ma che stava sempre là come una sentinella avanzata e un punto di approdo della razza greca, come un pomo della discordia tra l’elemento ellenico e quello che per gli Elleni prendeva anch’esso nome di barbarico.
Sino a questo punto Roma si era trovata nella condizione favorevole di non avere a lottare contro l’intervento di una potenza straniera bene organizzata; chè tali non erano i Galli; e dall’ingerenza de’ Siracusani e de’ Cartaginesi, limitati a difendere l’egemonia del mare, i Romani non avevano tratto che vantaggio nella lotta contro gli Etruschi.
Il provocato intervento di Pirro fu la prima avvisaglia della nuova potenza occidentale con la potenza orientale che, avendo ora raggiunto il suo apice, si avviava per la curva discendente della parabola; ma fu soltanto un’avvisaglia. Pirro, più capitano che principe, più cavaliere di ventura che conquistatore, neppure affatto sicuro del suo nido epirota, potè essere efficacemente e vittoriosamente combattuto, su terreno non suo, in battaglie che lo sfibravano anche quando avevano forma di vittorie, tra le crescenti diffidenze de’ suoi stessi alleati d’Italia, che proprio mentre cominciavano ad accorgersi d’avere importato un padrone mentre chiamavano un mercenario — si sentivano per la prima volta davvero attratti verso Roma e s’accorgevano d’essere congiunti ad essa da legami etnici, geografici, politici.
Con la vittoria avuta su Taranto, Roma era omai giunta al confine meridionale d’Italia; e, in cospetto del mare che cingeva e limitava la penisola, in vista del biforcato Appennino che apriva le braccia come un anfiteatro e un altro baluardo, potè sembrare a molti che si fosse chiusa la storia di Roma. Con l’anno che segna la presa di Taranto (482 a. u. c. — 272 a. C.), Roma si trovava già di avere sparso per l’Italia come sentinelle della sua egemonia, come pionieri del suo nome e della sua civiltà ben trentatre colonie latine e romane[117], e pochi anni appresso (266 a. C.) repressa la sollevazione di Reggio e del Piceno, vinti i Salentini, era omai esteso ed assodato l’impero di Roma su tutta quella parte della penisola che, — sin quando il nome non ne fu spinto più oltre a’ confini naturali — s’intese sotto il nome d’Italia. Ma a più d’uno quello stesso mare, sul cui sfondo a breve distanza si disegnavano le coste della Sicilia e della penisola balcanica, posti avanzati dell’Africa e dell’Oriente, doveva apparire come un nuovo e maggiore campo di lotta, un mobile ponte verso un ignoto e più fortunoso avvenire.
In realtà non si era chiusa la storia, ma un periodo soltanto della storia di Roma: un altro se ne apriva più vario e più grande.
Questo fantastico miraggio della pace, che ogni allargamento di confini pareva dover realizzare, in realtà non faceva che spostarsi con lo stesso spostarsi de’ confini, e, vera fata morgana della vita, traeva a sè sempre più oltre, dissimulando agli occhi allettati ed illusi i baratri che si schiudevano innanzi a’ piedi.
Oltre quel mare pieno di lusinghe e di promesse, gravido di tutti i pericoli e le attrazioni dell’ignoto, sulle sponde estreme, che, cingendolo, ne segnavano i confini, erano le membra divise di quello che era stato l’ultimo e più grande impero della storia, ma che pur così divise — gloriose di antiche tradizioni e del prestigio più recente, ricche di risorse e ridivenute, nello spezzarsi del più grande impero, esse stesse centri di commercî, di civiltà e di cultura — rappresentano una potenza e una minaccia. Erano la Macedonia, la Siria, l’Egitto.
Rimpetto, appena oltre la Sicilia, quasi in vista, era Cartagine, disputante vittoriosamente all’elemento ellenico il dominio del Mediterraneo occidentale.