Ma la Grecia, ma la Sicilia specialmente, due antemurali verso l’Oriente e verso l’Africa, erano anche due ponti, che, disputati, si convertivano naturalmente, com’era accaduto prima, come accadde poi, in due grandi e quasi perpetui campi di battaglia.

Così, non un preordinato piano di conquista e uno schema d’impero da tradursi in atto — quale sembra apparire dalla storia — ma una necessità storica, determinata di volta in volta da difese che si convertivano in aggressioni, da interventi precauzionali o lusingatori che divenivano occupazioni, portava i Romani ad estendere il loro dominio con la sembianza del primo piccolo cerchio di un’acqua percossa, che si dilata in tanti cerchi maggiori, propagandosi, finchè il moto dura, sino all’estremo. E da’ fatti stessi il senso di questa necessità storica si traduceva nelle menti e diveniva prima in alcuni, poi ne’ molti, — come la fortuna secondava e i contrasti scemavano ne’ più o in tutti — politica di espansione, politica imperialista come oggi si direbbe, per cui l’urbs si mutava nell’orbis, e l’umile rifugio di pastori del Palatino diveniva il centro della terra abitata, l’ombelico del mondo, l’erede e il crogiuolo di tutti gl’imperi e di tutte le civiltà preesistenti.

Prima a scoppiare fu la lotta con Cartagine, che, ingaggiata da prima per la protezione e poi pel possesso della Sicilia, non tardò a rivelarsi, nella sua durata secolare (490-608 a. u. c. — 264-146 a. C.) una vera lotta mortale, e finì, nella sua terza fase, secondo l’indole del mondo antico, col completo annientamento della rivale soccombente, con la sparizione di Cartagine.

Era questo — più che non ogni altro, avvenuto in passato tra potenze navali e terrestri — il duello della balena con l’elefante.

L’elemento fenicio, duttile, pieghevole, forte di tutti i vantaggi e gli espedienti dell’adattamento divergente in Oriente, si era trovato dalla necessità delle cose educato alla resistenza ed alla lotta in questo suo rifugio d’Occidente, onde non aveva altro scampo; e dove, alla fine, sopraffare od essere sopraffatto, era divenuto un dilemma senza uscita, e non era possibile scorrere i mari senza dominarli, nè commerciare senza combattere e conquistare. Ma a combattere e conquistare si adattò sopratutto per mezzo di mercenarî, in modo che, come assai felicemente è stato osservato, anche la guerra per esso divenne una specie di traffico. E l’arte di governo, il dominio, la politica erano anch’essi in fondo riguardati come un affare trattato col colpo d’occhio, ma anche con la corta veduta dal mercante e rovinato con l’avidità che vuol trarne troppo frutto in una volta. Ridotta a una oligarchia chiusa, Cartagine, finiva così per vivere isolata, non solo rispetto a’ sudditi e a’ possessi più lontani, ma in mezzo allo stesso suo dominio africano, col legame lento e temporaneo del traffico, che mette spesso i due contraenti di fronte come due schermidori se non come due nemici, imperando e procedendo attraverso e mediante tutto un sistema di diffidenze, senza virtù assimilatrice, senza quella veramente romana arte d’imperio che trasforma, che fonde, che congiunge per mille vie con un vero processo di concrescenza il dominato al dominatore.

Al cozzo con questa sua prima davvero grandiosa rivale, Roma procedeva con tutta la forza, l’energia, la virtù perseverante e penetrativa del suo popolo di agricoltori da’ progressi lenti ma stabili, che dissoda il campo e fabbrica la casa dove il mercante ha piantata la tenda, col sostegno di quelle stirpi italiche, che, anche attraverso qualche risorgente proposito di defezioni e i dissidî di una condizione disuguale, si sentivano nondimeno strette da comunanza di aspirazione e d’interesse, costituendo per Roma una base e uno schermo nel suo progresso verso l’Impero universale. Così potè accadere che la battaglia di Canne fosse soltanto una ferita larga e sanguinosa cicatrizzata con relativa sollecitudine, mentre la battaglia, forse meno disastrosa, di Zama, fu colpo mortale che pose fine alla guerra di rivincita, minacciando l’esistenza stessa di Cartagine; così accadde che, mentre Annibale in vista di Roma non aveva potuto osare l’assedio e l’assalto, Roma potè, nell’ultima fase della guerra, stringere da vicino Cartagine e spianarla.

La lotta con Cartagine, oltre a tutti gli effetti diretti inerenti al grande conflitto, aveva avuto la conseguenza di attrarre Roma in tutti gli avvolgimenti e i contrasti della politica estraitalica; e la seconda guerra punica, primieramente divampata in Ispagna, non era ancora finita, e già altre nubi, suscitate da nuove gelosie, da nuovi temuti o incipienti conflitti d’interesse, addensate dall’instancabile odio di Annibale, si stendevano dall’Oriente per approdare, gravide di procella, alla guerra tre volte rinnovata con la Macedonia, a quella con la Siria. La lusinga, prima accarezzata in certi circoli della classe dominante romana, di risolvere que’ confitti in un’egemonia di Roma su di un sistema di Stati ridotti a considerarla come arbitra, urtò primieramente contro l’instabilità di una simile posizione e il conseguente risorgere de’ conflitti, invano risoluti, e delle guerre inutilmente vinte; mentre la forza delle cose, che si rivelava nell’incompatibilità di un’ulteriore coesistenza, ne’ bisogni crescenti di Roma, nella dilagante attività economica e avidità delle sue classi dominanti, portava irresistibilmente a fare di quegli Stati prima de’ tributarî e poi de’ sudditi, avendo l’epilogo nella distruzione di Cartagine e in quello di Corinto.

Così dalla parte d’Oriente, Roma non aveva a guardarsi che per proteggere o per dilatare i suoi confini, come fece nelle guerre più tarde della Repubblica, nella mitridatica, nella conquista di Egitto, episodio dell’ultima guerra civile, nella guerra dell’Impero contro ribellioni più o meno ostinate di popoli soggiogati e contro i Parti, gli Armeni fiottanti a’ confini.

Assicurata da quella parte, Roma allungava la mano sulla Numidia, riprendeva l’ascensione verso il Nord interrotta dalla seconda guerra punica, legando all’Impero l’impresa, omai dall’evento rifranta e riflettuta come missione, di fare de’ confini del mondo conosciuto e del mondo romano una sola ed unica cosa e riuscendo così, attraverso la guerra tante volte secolare, al solo temporaneo periodo di pace, che il mondo antico pareva promettere e consentire, l’unione di tutti i popoli in un dominio, sotto un solo imperio; una pace figlia della forza, legata a una catena, comunque dissimulata dal tempo e dall’adattamento, troppo artificiale per essere durevole, troppo costosa e inquinata di parassitismo per riuscire appieno feconda, troppo piena di antagonismi mal costretti per cementare i varî elementi in un organismo e impedire che dal loro seno stesso risorgessero altri conflitti più volte secolari.

A tutto, intanto, questo ampliamento progrediente del dominio romano, che dall’esterno e nel suo complesso appare nell’aspetto di una forza che si esplica con moto continuo e in un solo senso, corrisponde all’interno dello Stato un contrasto di forze e d’indirizzi di cui quel movimento non è che la risultante.