Già la storia tradizionale è tutta penetrata dal dissidio interno, in cui si ripercuote, nelle sue premesse e nelle sue conseguenze, ogni azione di guerra; e, se la tradizione non può essere accolta in questo come espressione del certo, può aversi in conto come riflessione del vero, secondo il concetto del Vico, e vale nelle sue linee generali sia come proiezione in tempi più antichi di lotte venute posteriormente a farne più visibili le proporzioni maggiori, sia come interpretazione data dalla coscienza nazionale di più remoti ma non alieni rapporti di vita.
Nella versione così di Dionigi, come di Livio, la tradizione lascia spesso trasparire il desiderio di pace che fa argine al partito della guerra, e il più delle volte la guerra s’inizia tra la reluttanza e la resistenza aperta della plebe, o come diversivo di una sedizione interna, o come una concessione della plebe in cambio di promessi alleviamenti economici e di ottenute riforme costituzionali.
«..... Quanto è bella cosa — fa dire Dionigi[118] perfino a Coriolano — che ognuno si abbia il suo e vivasi in pace: quanto pregevole che niuno tema nè i nemici, nè i tempi; e come è biasimevole che chi ritiene l’altrui si esponga senza necessità alla guerra con pericolo delle cose anche proprie.....».
E Livio, alla sua volta, tra le altre cose accenna a un dissidio tra il partito della pace e quello della guerra tra i Sabini[119]; e, presso i Latini, tanto è l’odio della guerra e la brama della pace, dopo la tradizionale battaglia del lago Regillo, che non si rispetta nemmeno il carattere sacro degli ambasciatori volsci incitanti alla guerra, e, contro il diritto delle genti, se ne fa la consegna a Roma[120].
«Una moltitudine ingente d’invocanti la pace atterrì con clamore sedizioso i consoli passanti in rassegna le legioni»[121] per la rinnovata impresa contro i Volsci. «Consoli e senato» — in questa impresa contro Coriolano — «in niente fuorchè nelle armi riponevano la loro speranza, la plebe tutto preferiva alla guerra»[122].
La guerra provocata per riversare all’esterno l’inquietudine interna e sopirla col cercarle una nuova mèta e un nuovo sfogo, è motivo che ricorre con frequenza così nell’uno come nell’altro storico delle origini di Roma[123]; ma occorre lo scalpitare de’ nemici alle porte per riuscire a stento e dopo molto tentennare e molto promettere, se non molto concedere, a trarre nel turbine della guerra i dissenzienti. Spesso anzi il dissidio interno riaccende e fortifica l’avversione alla guerra.
«Non appena fu bandita — dice Livio[124] — [la nuova guerra contro i Veienti (447 a. u. c.)] ecco la gioventù fremere che non ancora si era usciti dalla guerra con i Volsci, e pur mo’ erano stretti di assedio due presidii, che si ritenevano ancora con gran pericolo; non passava anno in cui non si venisse a battaglia campale, e, quasi che non se ne avesse abbastanza, si preparava una nuova guerra con un popolo confinante e potentissimo, che avrebbe suscitata a favor suo tutta l’Etruria. I tribuni della plebe, per soprassello, soffiano su questo malcontento sorto spontaneamente. La guerra maggiore, van dicendo, è tra la plebe e i patrizi: a disegno perciò la si espone a’ travagli della guerra e alle armi de’ nemici, la si ricaccia e relega lontano dalla città, perchè non agiti stando in patria a riposo, non si occupi di libertà, di colonie, di demanio pubblico o di libero diritto di voto».
Questo sospetto reale o immaginario, spontaneo o fomentato, della guerra suscitata come un diversivo, traeva tanto più le classi inferiori e più disagiate della popolazione a patteggiare la loro cooperazione, esigendo alleviamenti nel diritto rigoroso e crudele delle obbligazioni, guarentige politiche di una maggiore tutela in ogni campo della vita sociale; e così l’atteggiamento discorde verso la guerra, naturalmente provocato dalla diversità degl’interessi e dalla repugnanza a una vita di continui pericoli, cresceva per ragione artificiale con lo studiato calcolo della resistenza.
Col graduale scostarsi, poi, della guerra dalle più immediate adiacenze del territorio cittadino, mentre la guerra diveniva meno urgente e di utilità generale meno immediata, cresceva di durata, di difficoltà, di dispendio.
È vero che il territorio de’ nemici era in tal caso usufruito ad alimentare l’esercito invasore, che anzi talvolta la guerra si proponeva come scopo principale di cercare alimento a una parte del popolo a spese del nemico[125]; è vero che per l’imprescindibile forza delle stagioni e della economia agricola si regolavano il contingente e le fasi della campagna in modo da non sconvolgere troppo la produzione agricola; ma, quando la guerra era troppo lontana e l’azione si prolungava troppo inevitabilmente e il territorio nemico già devastato e non tornato a coltivare non forniva più il necessario alimento, la guerra approdava a un altro genere di difficoltà più gravi forse della stessa azione militare.