L’avversione ad ogni nuova impresa di guerra da parte di questa plebe rustica, che costituiva ancora il nerbo della forza combattente, si mostrava in ogni cosa. Solo le minacce, abilmente fatte balenare e fatte valere, di un’altra invasione in Italia[128] fecero compiere la prima guerra macedonica, a cui si portavano truppe protestanti a gran voce contro il nome ad esse dato di volontarie[129]. Il reclutamento di schiavi, di volontari, che comincia quind’innanzi a non essere più raro, gli espedienti de’ Latini per isfuggire alla coscrizione, mostrano la difficoltà del reclutamento ordinario. All’estremo opposto, in Ispagna, quanto più persisteva la guerra, tanto più suscitava ripugnanze e stentava a trovare forze combattenti, finchè non soccorse con l’incitamento, con l’azione sua personale, con l’esempio, Scipione Emiliano.

Di queste tendenze e di questi bisogni fu espressione la politica degli Scipioni, che, appoggiati al medio ceto campagnuolo, cercavano di far prevalere un indirizzo per cui Roma riuscisse a mantenere la propria egemonia, rispettando certe suscettività, un certo grado di autonomia delle regioni transmarine, e così si scongiurasse l’evento di guerre lunghe, difficili e frequenti.

Ma questa politica di mezzi termini, come si è accennato, non riuscì a prevalere che per poco e andò presto a rompersi contro tutte le difficoltà delle condizioni sia interne che esterne.

Catone il censore volle invece affrontare la situazione direttamente, rompendo per sempre con impeto vigoroso la resistenza e favorendo la persistenza e la rinascenza del medio ceto campagnuolo col combattere il lusso e determinare il ritorno a’ campi specie con un sistema d’imposizione, che, gravando sui bisogni voluttuarî, facesse al tempo stesso sopportare le spese della guerra a’ più ricchi e spingesse i capitali verso le forme d’impiego più produttive. Una più oculata e rigorosa amministrazione, poi, una larga distribuzione del bottino a’ soldati dovevano contribuire alla loro volta a restaurare le finanze del medio ceto e far convergere a loro vantaggio tutti gli accresciuti cespiti dello Stato.

Questo indirizzo, che Catone voleva dare allo Stato, si rivelava sinteticamente in quei motti brevi e concettosi con cui egli soleva spiegare e commentare una sua azione o ribattere e castigare un avversario; come quando, distribuendo dal bottino della Spagna una libbra d’argento ad ogni soldato aggiunse «esser meglio che molti Romani riportassero a casa argento che non pochi oro»; e quando disse che la «guerra deve alimentarsi da sè».

Intanto gli allargati orizzonti, il più ampio campo d’azione, la cresciuta quantità de’ bisogni e de’ rapporti avevano creato nello Stato tanti altri nuovi fini, tendenze, contrasti, tanti altri nuovi fattori, massime della politica sia interna che esterna, influenti l’uno sull’altro; e, non solo la guerra e la pace non andavano più soggetti a quelle ben delineate alternative e a quelle semplici forze agenti che ne determinano le vicende nelle condizioni dell’antica più semplice vita romana, ma le vedute in apparenza più semplici erano non di rado deluse dagli avvenimenti successivi e approdavano per ulteriori complicazioni a fini non preveduti e anche opposti, mentre nuovi e vecchi interessi ora si trovavano a cooperare sul terreno dell’opportunità, ora venivano di nuovo in contrasto.

La classe dominante si era andata biforcando nelle due categorie de’ grandi proprietari fondiarî e de’ capitalisti, ora in conflitto tra loro, ora alleati, come la plebe si era andata scindendo in urbana e rustica, possidente e proletaria, con interessi non di rado diametralmente opposti.

A tratti a tratti questi dissidî si risolvevano in maniera più pronunziata, finchè non cercavano e ritrovavano un modo di composizione a spese degli elementi esterni.

La controversia per la terza guerra punica che nello stesso acuto Polibio[130] appare troppo avvolta di legalità formali, appariva già da qualche tempo ad un accuratissimo interprete dell’antichità[131] come un dissidio in cui Catone e il ceto commerciale combattevano rispettivamente la concorrenza de’ cereali esiziale al ceto agricolo italico e la risorgente rivale commerciale, mentre i latifondisti allevatori d’armenti, con a capo Scipione Nasica, difendevano nella conservazione di Cartagine il mercato di bestiame sempre più proficuo con la progrediente messa a cultura della terra d’Africa.

E, con Cartagine, cadde contemporaneamente l’altro malvisto emporio commerciale, Corinto.