Parve poi venuta la volta di Rodi, ma la sua colpa poteva apparir lieve e contro di essa questa volta lottava una sola categoria d’interessi: si approdò a un accomodamento tra il sentimento, la giustizia e l’interesse delle classi commerciali: Rodi rimase, ma menomata, umiliata, depressa, con Delo alle spalle, elevata a privilegiata concorrente.
Il dominio romano intanto si era così allargato con la cooperazione più o meno entusiasta, più meno sforzata di tutti, in ossequio alla prevalente forza delle cose e all’azione decisiva degli interessi presenti: obbedendo agli stessi agenti, spiegava ora obbiettivamente tutta la sua azione realizzando e appagando le speranze di alcuni, deludendo e magari deridendo le illusioni di altri.
Con la distruzione di Cartagine non era nè cessata, nè ridotta la concorrenza a’ cereali italici, e il latifondo si estendeva sempre più, ricacciando continuamente il ceto medio espropriato nella città, spingendolo verso la voragine in cui scompariva.
Il dominio romano s’era ampliato ma non per ricostituire fuori d’Italia il decadente medio ceto italico. Nè l’aristocrazia fondiaria lo voleva, nè conveniva a’ capitalisti; nè Roma e l’Italia senza esaurirsi potevano scaricarsi di una popolazione già declinante; nè probabilmente gli stessi eventuali coloni erano allettati dalla prospettiva di essere trapiantati in paesi lontani, tra popolazione mal domite e talora in istato di barbarie, rinunziando all’esercizio effettivo de’ loro diritti politici.
Il dominio fu quindi ordinato per provincie, in linea di principio a tutto beneficio dello Stato, in linea di fatto a massimo se non esclusivo vantaggio dell’ordine senatorio chiamato a governarle con autorità quasi vicereale, a vantaggio de’ capitalisti ammessi a sfruttarle come appaltatori, pubblicani, parassiti di ogni grado e di ogni forma.
Tante guerre, insieme alla terra e a’ capitali, avevano anche dato con la schiavitù lo strumento animato, automatico per mettere a profitto l’uno e gli altri; e il medio ceto rustico, premuto, incalzato dal latifondo, fatto proletario, veniva anche in questa nuova veste, stretto e vessato dalla deprimente affamatrice concorrenza del lavoro servile.
Allora le speranze, le brame e i bisogni, che avevano cercato appagamento all’esterno, ricacciati entro i confini stessi d’Italia riarsero ivi più forte, come forza compressa che, vicino allo scoppio, cerca un ultimo sfogo, con aria minacciosa di tempesta.
Abili concessioni suggerite da una politica piena di perspicacia e di tatto posero per un momento i capitalisti dal lato della plebe, con cui potevano far causa comune questa volta anche perchè l’assegnazione dell’agro pubblico italiano non intaccava l’ordinamento provinciale e lasciava loro mano libera in questo.
Le resistenze erano molte e bene organizzate, quali potevano essere quelle dell’aristocrazia fondiaria, che s’era appropriato l’agro pubblico, ma gagliardo e potente era anche l’assalto, e la sua maniera di eliderlo era quello di deviarlo, come fu fatto.
Piuttosto che leggi agrarie, leggi frumentarie; piuttosto che terra da coltivare, pane da raccogliere sul Foro; pane e doni e feste e le bricciole del banchetto de’ dominatori.