La composizione avvenne sulle basi di un comune parassitismo, tutto a spese de’ dominati.

Con la fine della guerra perseica (167 a. C. — 587 a. u. c.) cessò il prelevamento del tributo in Italia, sicchè quel che restava e poteva ancora sussistere dalla piccola proprietà, n’era alleviato, mentre, al tempo stesso, si vedeva messo al sicuro di un’altra campagna, come l’annibalica.

Le classi dominanti imperavano, arricchivano, smungevano, corrompevano, diguazzavano nel lusso e nel piacere.

Il proletariato, specie l’urbano, oltre agl’impieghi in cui poteva vincere o sostenere la concorrenza servile, aveva aperto l’adito alla corruzione elettorale, alle distribuzioni di frumento: a tutti gli espedienti del parassitismo pubblico e privato.

Un altro sfogo s’aperse — naturale conseguenza di questa condizione di cose — al proletariato, e fu la milizia, dischiusa sotto Mario a tutti senza distinzione di classi e di possesso, e che cominciò a costituire, specie per tutti i detriti sociali, una professione, una carriera, un mezzo di sussistenza, onde s’usciva infine col gruzzolo del bottino risparmiato, con la scorta della terra assegnata al veterano, specie ad occasione delle guerre civili.

Parve un equilibrio, e, per quanto mutabile, mal fido, roso da un intimo vizio, era tale pel tempo; e trovò la sua espressione pratica nell’Impero, che, gravitante a lungo sotto forma di cesarismo, instaurato sotto forma di una transazione tra il principato cesareo e l’ordine senatorio, degenerato in una dispotia, appariva pur sempre come l’unico centro di gravità di tanti elementi discordi, come l’unico mezzo di soggezione del dominio e la guarentigia di una pace, di cui una serie di concentriche oligarchie, che dall’Italia anelavano alla Corte imperiale, raccoglievano i frutti, ma di cui anche l’intero dominio, pure sfruttato com’era, sentiva e godeva i vantaggi.

In quell’immenso dominio, che omai abbracciava quasi la terra abitata (οἰκουμένη) la guerra omai, ridesta da contese di successione o da ribellioni, riardeva solo come fuoco che irregolarmente divampa, e per poco, da’ resti di un incendio, o vagava incerta intorno a’ confini, come fiamma, che lambe a sbalzi, come per tentarlo, un tronco non ancora invecchiato, senza potervisi tuttavia apprendere e penetrare oltre la scorza.

VI. Le cause della guerra.

Quanto non è mai grande e molteplice la varietà de’ casi, attraverso cui si determina o si fa più acuto il conflitto di due popoli e scoppia la guerra!

La passione, la bizzarria, la leggerezza, la sottigliezza di storici e di polemisti, di novellatori ed esegeti vi si fermano con compiacenza di artisti e di curiosi; e le piccole e le grandi tempeste passano, scatenate, a volta a volta, dall’ambizione di un re, dall’avidità di un demagogo, dal volubile capriccio di una donna, da un intrigo di bassa lega per assumere, agli occhi di un osservatore più acuto, successivamente, le forme dell’esplicazione di una tendenza bellicosa, dell’antagonismo di due razze o varietà etniche, di una piccola o grande rivalità commerciale, di una suggestione di fanatismo religioso.