In vero quella varietà episodica rappresenta talvolta una serie di fatti talvolta anche storicamente accertati, e queste vedute più generali e più approfondite hanno anch’esse riscontro in reali condizioni dell’ambiente: solo, un’indagine ancora più spinta riesce a scorgere nel primo caso le cause soltanto occasionali e nel secondo delle cause suscettibili di una generalizzazione ancora più ampia e capaci di andar tutte comprese sotto una causa di ordine anche più generale, che persiste, opera in continuazione, e si rifrange, si rivela, s’individua, secondo la varietà de’ casi e degli ambienti, in episodî e moventi di carattere più particolare.

Nelle sue forme più antiche e più semplici la guerra si svela apertamente come un mezzo di provvedere alla sussistenza di una popolazione.

Così in quella primavera sacra, comune all’Oriente come all’Occidente, alla Lydia come all’Italia[132], forma riflessa e consapevole del fenomeno più generale rivelato dalle grandi migrazioni di popoli e determinata, come diffusamente spiega Dionigi[133], dalla permanente sproporzione de’ mezzi di sussistenza rispetto alla popolazione o anche da vicende atmosferiche, che riducessero la consueta produzione del suolo o da qualsiasi altra ragione che rendesse necessaria una riduzione della popolazione.

In tutti i ricordi epigrafici assyro-babilonesi — tanto più manifestamente quanto più sono antichi — la guerra si risolve tutta in una gigantesca razzia, in una imposizione, in una rivendicazione di tributi rifiutati da sudditi ricalcitranti e che comprendono, oltre a’ metalli preziosi, i metalli d’uso comune specie per la guerra, e bestiame e tutto quanto potesse occorrere al vario bisogno della vita ordinaria[134].

E sotto quale altra forma si presentano le guerre più antiche di Sparta e Tegea, di Sparta e della Messenia, e le guerre continue in cui la storia tradizionale ci mostra avvolta Roma con i popoli immediatamente circostanti?

Questo scopo vero e diretto della guerra permane, del resto, come carattere intrinseco e saliente, per tutta la storia successiva con la riduzione in servitù de’ prigionieri e de’ soggiogati, con l’incorporazione de’ territori conquistati, con l’imposizione di tributi.

Con l’elevarsi intanto delle condizioni di vita, col moltiplicarsi de’ bisogni, con l’acquistare che il corpo sociale fa una struttura più varia e più complicata, questa lotta per l’esistenza, già così primitiva e rudimentale, confinata ancora nell’infimo stadio della contesa per la venere e il pane, si trasforma anch’essa, si complica di una quantità di concause che orpellano spesso come di un velo roseo e lucente la brutalità interna e istintiva del rinascente conflitto.

A misura che il processo conoscitivo del mondo e della vita assumeva in un primo momento forma cosmogonica, religiosa, la legge e i fatti della vita si rannodavano, come ad un centro, alla divinità e assumevano naturalmente la parvenza di emanazione e riflesso della volontà divina; e, in quanto si facevano dipendere dalla divinità i rapporti sociali, in quella rudimentale concezione cosmogonica si compenetravano con l’azione della divinità. E questa illusione, che in momenti successivi divenne un fatto consapevole utilizzato come tale, in periodi più antichi potè essere un fatto spontaneo che faceva solitamente della guerra una guerra religiosa. Il tempio, l’idolo che costituivano come l’estremo palladio e il punto di raccolta di tutto un popolo, ne costituivano perciò stesso come il vessillo e il punto di applicazione del massimo sforzo. Riprendere l’idolo rapito da’ nemici in una fortunata guerra precedente, o fiaccare il nume emulo e concorrente de’ nemici, oltre che un’affermazione evidente di superiorità e un titolo di onore, era un obbligo sacro; e, per quel principio di causalità insito nella materialità delle più antiche credenze religiose, era anche un mezzo di assicurare o rendere stabile il primato proprio, impegnando al bene proprio una potenza oltremondana con i vincoli del cointeresse e della riconoscenza. Il tributo imposto in nome della divinità e alla divinità rivendicato attraverso le varie vicende, la decima assicurata al nume protettore — ciò che con diversa gradazione di sentimento inconsapevole emerge da’ fasti di Oriente a quelli di Grecia, da questi a quelli di Roma — davano anche secondo i tempi ed i popoli carattere spiccatamente religioso alle cause della guerra. «Imposi loro — dice un re assiro[135] — il grave giogo della mia signoria e li sottomisi ad Ašur, il mio signore».

Accanto alla feudalità terrena, e intimamente compenetrata con essa, sussisteva, in Egitto, una feudalità divina, per cui coincidevano le sorti di principi e dèi, e la preminenza di Ammon e quella di Tebe erano termini correlativi come altrove erano termini correlativi quelli di Javeh e d’Israele, dell’Assiria e delle sue divinità.

Così Salmanassar II poteva dire: «Dietro comando di Ašur, il grande signore, il mio signore, combattetti con loro e li vinsi»[136].