«Per volere di Ašur, il grande signore, il mio signore, io presi Til-barsip, Aligu... etc.»[137]. «Per ordine di Ašur, il grande signore, il mio signore, e di Nergal, che procede innanzi a me, mi accostai a Sitamrat...»[138].

E Asarhaddon poteva dire parlando di un tempio spogliato da’ nemici: «Di ciò fu sdegnato il signore degli dèi, Merodach, e deliberò subito di devastare il paese, di annientare gli abitanti»[139]. Più chiaramente ancora in un’iscrizione di Tiglat-Pileser I: «Ašur (e) i grandi dèi, che fanno prosperare il mio regno, che mi concedono come mio retaggio forza e potenza, mi ordinarono di estendere l’ambito del loro territorio, posero in mia mano le loro armi potenti, il turbine della battaglia»[140].

Ma, sia per il ripetersi che fanno i conflitti tra popoli della stessa credenza religiosa, sia perchè, in società d’ordine più complesso e di civiltà più elevata la prima concezione religiosa della vita cede il posto a una concezione più positiva e sopratutto umana de’ fenomeni sociali, i motivi mondani non solo diventano prevalenti, ma la loro risoluzione esige che sieno messi in chiaro; e la guerra si viene quindi spogliando dell’involucro religioso, che in periodi più progrediti ricorre, così, assai raramente e solo come l’occasione o il pretesto o la forma esterna del conflitto: nell’ultima così detta guerra sacra in Grecia, per esempio.

La causa obbiettiva, permanente e fondamentale della guerra si rivela, allora, piuttosto in una lotta per l’egemonia commerciale, o si dissimula in una contesa d’indole politica o in un antagonismo di carattere etnico.

Col costituirsi e il venire a contatto di potenze antagonistiche, la ragione del conflitto assume la forma del mantenimento di un sedicente equilibrio che il mondo antico — per lo stesso sviluppo poco progredito della produzione — non comporta e che si traduce in una disputa di preda, o in una guerra precauzionale diretta a prevenire l’attacco e ad atterrare il nemico in condizioni favorevoli; così che vengono a scambiarsi e a fondersi le cause dell’offesa e della difesa.

Quella concorrenza vitale, che in condizioni più progredite, si esercita, fra individui e individui, fra città e città, fra popolo e popolo, col diffondere i propri commerci e aumentare la propria ricchezza, producendo a minor costo, conquistando i mercati a preferenza di altri, spiegando un’azione lenta e inavvertita nel suo esercizio quotidiano e permanente; in condizioni meno progredite si esercitava prevalentemente mediante la guerra; sì perchè lo sviluppo insufficiente della tecnica e delle forze produttive in generale non permetteva di svolgere sino alla più ampia soddisfazione de’ proprî bisogni la produzione propria, sì perchè quest’appropriazione violenta dell’altrui rappresentava, comparativamente ad ogni altro sforzo, la via di più facile escogitazione, di minore resistenza e di più immediata riuscita.

Le varietà etniche, tanto più accentuate, quanto più chiuse in sè stesse e diffidenti verso l’esterno; le vendette sorrette da’ criterî morali proprî di un ambiente di mutua violenza e fomentate dall’utilità in cui promettevano di risolversi; le ambizioni solleticate dalla facilità di trovare un appagamento e rafforzate dal corrispondere che facevano a un bisogno del tempo; i governi personali, che costituivano come un punto di applicazione e un moltiplicatore delle tendenze dell’ambiente — tutte queste cose accentuavano le ragioni continue e fondamentali di guerra, ne acceleravano, accrescevano e precipitavano l’azione, usurpandone spesso la forza e l’importanza agli occhi stessi degli storici, nella narrazione di molti de’ quali, così, il lungo sèguito di guerre si riconnetteva tutto a questo nesso di cause più appariscenti e tangibili, ma del pari mutevoli e secondarie.

Ma, attraverso l’indagine che spinge più a fondo l’osservazione, che mette la questione ne’ suoi termini e completa i dati necessarî alla esatta cognizione dell’argomento, i pretesti, le cause occasionali e i motivi secondarî, prendono tutti il loro posto per comporsi e far luogo alla causa delle cause, alla causa in ultima istanza, all’insufficiente sviluppo di forze produttive, che tende a spostare specialmente verso l’esterno un sistema di appropriazione violenta.

La guerra si presenta così come un aspetto dello sviluppo delle forze produttive.

Ne’ periodi più antichi, di minimo sviluppo, è perciò un fatto ordinario ed il miglior mezzo, se non il solo, di provvedere a maggiori comodità della vita, sino al punto che diventa anche un abito, che, o non trova, o tarda molto a trovare censori e scongiuratori.