L’immane Briareo incatenato, la grande macchina umana, il grande strumento vocale della produzione antica, la schiavitù, che costituiva la base su cui si adagiava e la radice da cui traeva elemento il mondo antico, avendo per molto tempo nella guerra la fonte principale e il mezzo continuo e migliore di rifornimento, mette in luce tutta l’indole e il carattere necessario della guerra nel mondo antico, che legittimava e da cui si faceva legittimare alla sua volta.

La guerra forniva così la terra e il braccio che la fecondava, la materia e la forza del lavoro, e veniva quindi a confondersi con le ragioni stesse dell’esistenza del mondo antico, con la possibilità — o ironia della storia! — di raggiungere certi scopi civili ed elevarsi a un grado più alto.

Col venir meno della sua utilità assoluta o relativa, scema quindi la tendenza alla guerra, che trova resistenza e impedimento nel seno stesso dello Stato da cui muove, perchè, con la maggiore complicazione e varietà degli elementi sociali dipendenti dall’ulteriore sviluppo delle forze produttive, la guerra presenta una diversa importanza e un diverso interesse per i diversi elementi della popolazione.

La guerra allora diviene una funzione degli interessi e delle classi predominanti in un dato aggregato sociale.

VII. Gli aspetti della guerra.

Una tragica aura d’incendî, di rapine, di stragi passa attraverso le memorie, specie più antiche, delle gesta assyro-babilonesi; e tutto quell’immane macello, tanto più ripugnante e impressionante in quanto è glorificato in persona prima, si disegna sullo sfondo lontano come un lugubre sogno sanguinoso.

«Guerreggiando e battagliando — dice Ašurnâṣir-abal[141] — assalgo, prendo la città. Abbattei con le armi tremila guerrieri, portai via il loro bottino, il loro avere, i bovi, le pecore, arsi nel fuoco molti prigionieri, molti ne presi vivi; agli uni tagliai mani e braccia (?), agli altri naso (?) e orecchie (e braccia), molti ne accecai, elevai una piramide di viventi, un’altra di capi tronchi, agli.... alberi sparsi nel territorio della loro città sospesi le loro teste, consunsi nelle fiamme i loro fanciulli e le loro figliuole. Desolai la città, la ruinai, l’arsi col fuoco, l’annientai. Indi desolai le città di Nerbi e le minai, bruciai le loro solide mura».

E Tiglath-Pileser I: «Come un turbine infransi in un assalto furioso i corpi de’ loro guerrieri, feci scorrere il loro sangue per i valloni e le pendici de’ monti, tagliai le loro teste e le sparsi ne’ dintorni della loro città...»[142].

E Salmanassar II: «Atterrai i suoi guerrieri con le armi, simile a Rammân feci piovere la tempesta su loro, li riversai nelle fosse, riempii l’ampio campo de’ cadaveri de’ suoi bravi, tinsi del loro sangue il monte come lana... (?), alzai una piramide di teste rimpetto alla sua città, desolai, minai le sue città, le devastai con l’incendio»[143].

E Sargone parlando d’un ribelle: «... Lo assediai insieme a’ suoi guerrieri nella sua prediletta città di Karkar, la espugnai, arsi Karkar, lo scuoiai, massacrai i ribelli in quella città e vi ricondussi la quiete»[144].