E Senacherib: «Con la forza dell’armi sopraffeci gli uomini della città Chirimmi, nemici ostinati, non ne lasciai in vita neppure uno; i loro cadaveri li legai a’ pali e ne recinsi la città»[145].

«Le loro gole le tagliai come fossero gole d’agnelli, la loro cara vita la tagliai come una corda. Come una fitta, tempestosa pioggia che cade dal cielo, feci spandere per la pianura le loro onde di sangue»[146].

E Ašurbanipal: «A Mannu-kî-aḫí... Dunânu, e Nabû-uṣallî, che si erano condotti in maniera sconveniente verso i miei dèi, strappai le lingue in Arbela e li scuoiai. Dunânu lo gittai in Niniveh su di uno scanno da macellaio e lo scannai come un agnello»[147].

Nè si tratta di casi isolati od eccezionali.

Queste citazioni si potrebbero quasi dire scelte a caso fra le tante di cui riboccano i monumenti epigrafici assyro-babilonesi, ripetute con la monotonia incosciente di un rituale funebre[148].

Pare come se una mente tormentatrice si sia dilettata a escogitare crudeltà raffinate, che si rispecchiano nel documento storico con tutti i colori e le immagini di una fantasia entusiasticamente truculenta, compiaciuta dell’opera di distruzione.

Le città distrutte, incendiate, rase al suolo — tenuta anche ragione dall’iperbole millantatrice — non si numerano[149].

Le lingue sono irrevocabilmente strappate a’ ribelli spergiuri[150].

Ašurbanipal dopo aver scuoiato i suoi nemici, ricopre della loro pelle le mura della città[151]. Altra volta, dopo averli fatti a pezzi, «fece mangiare la loro carne dilaniata a cani, porci e avvoltoi, aquile, uccelli del cielo e a pesci dell’Oceano»[152]. Il pretendente del reame di Arabia, dopo averlo vinto, «lo pose in una gabbia in compagnia di cani, lo legò e lo lasciò a vigilare una porta di Niniveh...»[153].

Quest’altra è di Asarhaddon: «Per mostrare a’ popoli la potenza di Ašur, mio signore, legai le teste di Sanduarri e di Abdimilkutti a tergo de’ loro grandi e con canti e suoni di arpe entrai nel sobborgo di Niniveh»[154].