Questo è di Ašur-ba-nipal: «Io li legai al timone, al carro della mia maestà e a piacer di questa.... li menai attorno per tutti i paesi»[155].

I miti animali da macello, i feroci animali da preda, le potenze distruttrici della natura sono invocati da questi guerrieri auto-biografi come gradite similitudini per dare un’idea viva dell’opera loro.

Uno si paragona alla tempesta[156], a Rammân che tuona[157], un altro all’aquila[158]. Un esercito invasore è paragonato alle cavallette[159], un fuggiasco ad una volpe[160]. Un prigioniero sul rogo brucia come un legno da ardere[161]. I nemici sono infranti come pentole[162], sgozzati come agnelli o come minuto bestiame[163], mietuti come biada dal falciatore[164].

E tutto ciò con un’impassibilità che non trema, non si turba, non sente; una imperturbabilità, che ha una curiosa espressione in un documento egiziano: «Questo esercito andava in pace: esso entrò, come gli piacque, nel paese degli Hirousshaïtou. Quest’esercito andava in pace: esso schiacciò il paese degli Hiroushaïtou. Quest’esercito andava in pace: esso aprì una breccia in ogni cinta fortificata. Questo esercito andava in pace: esso tagliò i loro ficheti e le loro vigne. Quest’esercito andava in pace: esso incendiò tutte le loro messi. Quest’esercito andava in pace: esso massacrò i loro soldati a miriadi. Quest’esercito andava in pace: esso portò via i loro uomini, le donne e i loro figli in gran numero, come prigionieri viventi, cosa di cui Sua Santità gode più che di ogni altra cosa»[165].

Quanto lontano non si direbbe il mondo ellenico da una tale barbarie! Eppure l’Iliade, tanto diversa sotto certi aspetti, raccoglie ancora come l’eco di una simile mischia; e, volta a volta, è come il crepuscolo di quel giorno sanguigno di cui si temperano e si fondono i colori, come un lembo di uno di quei campi di battaglia, rispecchiato nel terso azzurro di un lago sereno, intravisto tra i concenti di una melodia paradisiaca.

Come già si è accennato altrove, anche nell’Iliade ricorrono, con insistente frequenza, quelle comparazioni de’ guerrieri alle bestie feroci, che si riscontrano nelle epigrafi assyro-babilonesi.

Achille è veramente, come lo chiama il poeta nazionale latino, durus, impius, inexorabilis, acer. Le sue stragi, ove egli diguazza e di cui s’inebbria, sono orgiastici eccidî. Lo stesso Achille, al pari di Ulisse, è chiamato, quasi con epiteto di gloria, devastatore di città (πτολίπορθον)[166], come di un re assiro si dice che «annienta città»[167], che «stritola il complesso de’ suoi nemici e passa calpestando su’ paesi»[168]. Si spogliano i nemici uccisi[169]; si sacrificano prigionieri sulla tomba di un guerriero morto[170]; si fanno razzìe[171]; si usano frecce avvelenate[172]; si evoca, s’incoraggia la vendetta[173]; si adopera il tradimento, la perfidia, l’invidia; si saccheggiano regolarmente le terre de’ vinti, e una città presa d’assalto si presenta alla vista così:

...... trucidati i figli,

Rapite le fanciulle, i casti letti

Contaminati, crudelmente infranti