Dividemmo e le donne, che alla preda

Ciascuno ebbe ugual parte[175].

E Agamennone inculca ostentatamente questi propositi:

...... Or su, nessuno

De’ perfidi risparmi il nostro ferro,

Nè pur l’infante nel materno seno;

Pèrano tutti in un con Ilio, tutti

Senza onor di sepolcro e senza nome[176].

La guerra anche qui è un duello mortale e senza scampo, il cui epilogo è, per la parte combattente specialmente, l’eccidio, per gli scampati la vita umiliante e dolorosa dello schiavo. L’alba incerta, adombrataci leggenda, della storia greca, della storia romana, fa vedere nello sfondo Troia rasa al suolo, Alba distrutta, le loro popolazioni sgominate o trapiantate altrove; una dolorosa immagine che si proietta nel campo della storia propria, più antica e più recente, ricongiungendo le città distrutte e le popolazioni decimate e trapiantate delle memorie assyro-babilonesi[177] e di altre della storia orientale a Cartagine, a Corinto, a Gerusalemme distrutte, alle intere popolazioni spiantate e trapiantate, pure nel periodo di Roma repubblicana e imperiale.

E la storia tradizionale romana, quale ce la presenta Livio, si apre e si protrae con questo seguito cupamente monotono di prede e di riprede, d’incendî e di stragi, di offese e di rappresaglie tra Roma e i suoi successivi confinanti; mentre il fuoco e il ferro passano ostinati e inesorabili sugli abituri invano risorti dalle macerie, sulle messi invano rinascenti, quasi in una sacrilega sfida tra l’instancabile feconda natura creatrice e la potenza distruttrice dell’uomo[178].