Ma, pur tra questo imperversare di rabbia omicida, tra questo infuriare di passioni e di cupidigie scatenate, sotto il pungolo dell’utilità che si fa sentire, della civiltà che si eleva, della vita che rivendica i suoi diritti, de’ bisogni sociali che si fanno più complessi e più esigenti, si annunziano — prima come incerti bagliori destinati alla lunga a divenire più radiosi e persistenti — alcuni temperamenti de’ furori e degli orrori della guerra, alcuni princìpî di umanità, alcune leggi del conflitto; quasi una diga, che, non potendo evitare la foga ruinosa della corrente che discende, la segue per ammorzarne l’urto, per moderarla, per contenerla entro certi confini. Salvo che, come pure accade, l’impeto delle onde non finisca esso stesso per travolgere la diga e involgerla in una sola ruina.
Nelle stesse memorie epigrafiche assyro-babilonesi ricorrono non di rado accenni ad atti di clemenza, a vite risparmiate, a colpe perdonate anche qualche volta, a beni lasciati a’ vinti dietro un tributo[179]. «Io — giunge perfino a dire Sardanapalo — il misericordioso, che non covo odio (non medito vendette), che purgo i peccati, concessi grazia a Tammaritu e lo feci stabilire nel mio palazzo insieme alla sua parentela»[180]. È vero che quasi sempre la clemenza ha per corrispondente, e direi corrispettivo la dedizione, il tributo. Dice, per esempio, Salmanassar II:
«Essi uscirono e abbracciarono le mie ginocchia. Io presi ostaggi da lui e ricevetti argento, oro, ferro, armenti, greggi come suo tributo»[181].
«Essi paventarono — dice Tiglath Pileser I — il violento turbine del mio attacco e si gettarono a’ miei piedi. Io li graziai, non espugnai quella città e presi ostaggi da loro. Imposi loro un tributo annuo invariabile»[182].
La constatazione dell’atteggiamento supplice, del prostrarsi a’ piedi ritorna, si può dire, invariabilmente, al pari dell’imposizione del tributo; sicchè l’atto di clemenza ne rimane menomato, apparendo come un maggiore atto di orgoglio e un calcolo interessato.
Ma pure era proprio per questa via che la guerra si faceva più umana. Il bisogno e l’utilità crescente degli schiavi portava naturalmente a risparmiare le vite de’ prigionieri per adibirli al proprio servizio, per metterli anche occorrendo in commercio, scambiandoli con altre merci o con danaro.
Il commercio, iniziale o progrediente, che creava vincoli d’interessi, di simpatia, di ospitalità, andava togliendo un po’ di quell’insita avversione tra straniero e straniero; e, oltre a rendere più rare le guerre, ne mitigava qualche asprezza.
L’abitudine, la vita più umana, più civile faceva il resto.
Ne’ poemi omerici è notevole come, pur tenuto conto della veste e delle esigenze poetiche, s’incontrano non infrequentemente, anche in forma disinteressata, questi sentimenti di pietà, che magari si dileguano subito, ma rischiarano come di un bel raggio confortatore le tenebre di quella lotta sanguinosa.
Vi è in qualche caso, quasi un’ostentazione di cavalleria, come quando Glauco e Diomede si separano nell’atto di venire alle mani e Aiace ed Ettore rimettono al domani il loro duello, e, intanto, si scambiano de’ doni[183].