Sotto tutti i cieli, in tutte le lingue, per qualunque causa, ognuno invoca il suo dio, perchè gli venga in soccorso.

«Nessun principe era con me — fa dire un poeta a Ramsete, narrando la battaglia di Qodshou[187] — nessun generale, nessun ufficiale degli arcieri o de’ carri. I miei soldati mi hanno abbandonato, i miei cavalieri sono fuggiti davanti ad essi e non uno è rimasto per combattere presso di me. Allora il re dice: «Chi sei tu dunque, o padre mio Amon? Un padre dimentica forse suo figlio? Ho io dunque fatto qualche cosa senza di te? Non mi sono io messo in marcia e non mi sono arrestato sulla tua parola? Io non ho punto violato i tuoi ordini. È ben grande, il Signore dell’Egitto che rovescia i barbari sulla sua via! Che cosa sono, dunque, innanzi a te questi Asiatici? Amon snerva gli empî. Non ti ho io consacrato innumerevoli offerte? Io ho riempita la tua dimora sacra de’ miei prigionieri: io ti ho costruito un tempio per milioni d’anni, t’ho dati tutti i miei beni per i tuoi magazzini. Ti ho offerto il mondo intero per arricchire i tuoi dominii... Certo, una misera sorte sia riserbata a chi s’oppone a’ tuoi disegni! felice chi ti conosce! poichè i tuoi atti sono prodotti da un cuore pieno di amore. Io t’invoco, o mio padre Amon!....».

E Amon accorre.

«La voce ha echeggiato sino a Hermonthis, Amon viene alla mia invocazione: egli mi dà la mano. Io getto un grido di gioia. Egli parla dietro di me: — Io accorro a te, a te Ramsetes-Mîamoun, vita, salute, forza; io sono con te. Son io, tuo padre! La mia mano è con te e io valgo per te meglio di un centinaio di migliaia. Io sono il signore della forza che ama il valore; io ho riconosciuto un cuore coraggioso e sono soddisfatto. La mia volontà si adempirà».

Era la stessa voce, che, invocata tanto tempo prima da Thoutmos III, diceva[188]: «Io son venuto, io ti concedo di schiacciare i principi di Zahi; io li getto sotto a’ tuoi piedi attraverso le loro contrade; — io faccio loro vedere la tua maestà come un signore di luce, quando tu brilli sulle loro teste come la mia immagine. — Io son venuto, io ti concedo di schiacciare i barbari di Asia, di menare prigioni i capi de’ popoli Routounou; — io faccio vedere la tua maestà, coverta dal tuo arnese di guerra, quando tu prendi le armi sul carro. — Io sono venuto, io ti concedo di schiacciare la terra d’Oriente....».

L’intervento di Javeh che nella concezione giudaica rimaneva qualche cosa di misterioso, di trascendente, diviene qui — e più ancora altrove — una partecipazione personale, diretta, tangibile alla lotta.

«Io — fa dire ad Asarhaddon una delle epigrafi[189] — io chiesi ad Ašur, Sin, Šamaš, Bel, Nebo e Nergal, Istar di Niniveh e Istar Arba’ el di poter reggere il dominio della mia casa paterna, di rivestire il mio sacerdozio ed essi udirono le mie parole. Nella loro fida grazia mi mandarono una tavola purpurea, che diceva così: Va, non indugiare; noi ti veniamo a lato, noi soggioghiamo i tuoi nemici! — Per uno o due giorni io non mi guardai attorno, non vidi la faccia delle mie truppe; non guardai indietro; non feci togliere il morso de’ cavalli, il tiro del carro che portava gli arredi militari, non spiegai le mie tende da campo, non temetti il gelo e il rigore del mese di Šabat, non il violento temporale; come un uccello da preda apersi le mie braccia per atterrare i miei nemici, a marce forzate procedetti verso Niniveh. Innanzi a me, nel paese di Ḫanirabbat presero posizione tutti i loro eserciti potenti, sul mio cammino, e squassavano le loro armi. Il terrore de’ grandi dèi, de’ miei signori, li abbatteva, essi videro il turbine della mia pugna e si spaventarono. Istar, la patrona della guerra e delle battaglie, che ama il mio sacerdozio, mi stava accanto, spezzava i loro archi, confondeva la loro allineata ordinanza. Nel loro esercito si diceva: Questi è il nostro re, e al loro comando ognuno si rivolgeva a me. Essi dicevano: Questi è il nostro re...».

Altre volte è in sogno, per mezzo di espressi interpreti di sogni che il re riceve le istruzioni delle divinità[190]; ma, da per tutto, attraverso tutte le epigrafi assyro-babilonesi, il combattente si muove sotto la suggestione continua del comando divino, sentendo o sapendo accanto la divinità, credendosi il suo braccio allungato[191].

E a questa concezione della guerra si riconnettono naturalmente come tanti episodî connessi e interessanti gli accenni a divinità catturate, spezzate, mutilate, trafugate e poi riprese e condotte trionfalmente alla loro sede; a voti fatti, a parte del bottino consacrata, a templi eretti, a sacrifizî per la vittoria, a cerimonie espiatorie compiute[192].

Anche da questo punto di vista i poemi omerici riflettono, con notevole corrispondenza, un aspetto della guerra orientale.