Tutta la guerra combattuta intorno a Troia non è che un riflesso di una lotta che ha luogo nell’Olimpo, donde scendono continuamente dèi e dèe per venire a combattere accanto a’ loro eroi preferiti, incitando, moderando, difendendo, duplicando la lotta.
Dèi e dèe, da una cui contesa ha avuto origine la guerra e che ne sono gl’ispiratori e la causa diretta e indiretta, dèi e dèe combattono tra di loro e con gli uomini, e assaltano, sono assaliti, fuggono, ritornano all’assalto, sono feriti, tramano inganni, suggeriscono astuzie, amano, odiano, si sdegnano, si placano, piegano per doni, fanno tutto quello che potrebbe fare un uomo di morale molto ordinaria e talvolta anche un po’ scadente.
Le sorti degli uomini e delle città sono regolarmente pesate dall’onnipossente e onniveggente Zeus, il quale, ligio in questo a’ voleri del Fato, ne ritarda l’adempimento o ne tempera le conseguenze, rintuzzando orgogli, creando intrighi e avvolgimenti, tutto attraverso una imperturbata serenità, la quale fa strano contrasto con i pianti, i lutti, le stragi, gl’incendî della sfera terrena, che al padre dell’Olimpo, spesso, più che preoccupazione, sembrano trastullo.
La storia tradizionale, così greca come romana, serba ancora, là dove va a confondersi nella leggenda, la memoria di questi interventi diretti, che sono però piuttosto di eroi, di personaggi semi-divini, di cui la fantasia popolare o il calcolo politico innesta l’azione talvolta sugli stessi eventi storici.
Così a Maratona si credette vedere l’ombra di Teseo[193], a Salamina quella di Aiace[194]; ed Erodoto fa attribuire da Temistocle l’esito della guerra a «dèi ed eroi», di cui egli spiega l’intervento con una ragione morale-religiosa[195].
La persistenza di questo concetto, in forma più o meno superstiziosa, è rivelata anche da trovamenti archeologici[196], dato che ve ne sia bisogno.
Gli auspìcî, i voti, le cerimonie religiose che si facevano precedere all’inizio della guerra, sono una conseguenza dello stesso principio ed una espressione dello stesso sentimento, benchè sotto forma più elevata, perchè non presuppongono necessariamente l’intervento tangibile della divinità, ma un’azione suprema di governo del mondo e della vita. La divinità spiega allora la sua partecipazione sopratutto con avvertimenti contenuti negli auspìcî o in veri e proprî prodigî, o semplici fatti naturali interpretati come tali e capaci, come più volte riferisce la storia tradizionale, di far rinunziare a un’impresa, di fare interrompere una battaglia, di far concludere una pace. La stessa incipiente incredulità de’ singoli non potè per lungo tempo nulla contro la forza dell’abitudine, la cupa impressione di certi spettacoli naturali in momenti solenni di tragica preoccupazione e contro l’inclinazione superstiziosa delle masse.
Questa immistione della divinità nella guerra non faceva — come appare specialmente dalle epigrafi assyro-babilonesi — che rendere più ostinata, più spietata, più inesauribile la guerra: il pensiero che la mano colpiva in servizio della divinità, o sotto la sua protezione, affrancava il braccio e santificava la crudeltà, l’incendio, la rapina, la strage. Ma, quando, in condizione di vita più progredita e quindi con lo svolgersi di una coscienza più matura, nella divinità cominciò a riflettersi, come in una ipòstasi, un più elevato concetto de’ rapporti sociali e della vita, alla divinità si pensò come ad una protettrice e coadiutrice, almeno morale, a patto che la guerra apparisse giusta agli occhi suoi e fosse dichiarata e iniziata nelle debite forme.
Questa sottintesa sanzione religiosa della guerra che avrebbe dovuto assicurare la vittoria alla parte ingiustamente offesa e danneggiata e che si presenta ancora involuta in qualche accenno omerico e troppo commista di presupposti religiosi nelle epigrafi assyro-babilonesi, dovrebbe avere avuta la sua espressione pratica e concreta nel iustum bellum de’ Romani; e, così intesa — dove lo spirito di proselitismo non trovava nella religione stessa un altro argomento o pretesto di guerra — avrebbe potuto servire di freno alle guerre o a’ loro eccessi.
Ma, purtroppo, tutti i materiali impulsi alla guerra erano facilmente solleticati a cercare tutte le scappatoie della casistica per trovare uno sfogo; e, quindi, anche indipendentemente dall’affievolirsi del sentimento religioso, il iustum bellum si ridusse troppe volte alla osservanza di un modo convenzionale di dichiararlo, anzi che al pensiero del suo contenuto intrinseco.