Nondimeno anche la preoccupazione di quell’ipocrisia risaputa, che era in fondo la coscienza di quel che vale la forza morale nell’iniziare una guerra, non era sempre priva di ogni effetto.
«E anche l’equità della guerra — dice Cicerone[197] — è santissimamente prescritta dal diritto feziale del popolo romano. Onde si può vedere come nessuna guerra è giusta, se non si faccia dopo aver domandato soddisfazione, o che non sia prima indetta e denunziata».
«Che se — fa dire Livio da C. Ponzio a’ Sanniti[198] — che se nulla di diritto umano rimane a chi è misero verso il più potente, io cercherò rifugio presso gli dèi vindici di ogni intollerabile prepotenza e li pregherò perchè rivolgano le loro ire contro quelli a cui non basta nemmeno aver ricevuto il proprio, non l’avere accumulato l’altrui. La cui crudeltà non si placa con la morte de’ colpevoli, non con la consegna de’ cadaveri, non con la consegna de’ beni che segue la resa, a discrezione del padrone; con nulla se non diamo a dirittura a bere loro il nostro sangue e a straziare i nostri visceri. È guerra giusta, o Sanniti, quella che è necessaria e pia per chi la combatte, a cui nessuna speranza rimane se non nelle armi. Onde, essendo di grandissimo momento, per le cose umane, il compiere una cosa col favore o con l’avversione degli dèi, tenete per certo che, se abbiamo combattuto le guerre precedenti contro gli dèi piuttosto che contro gli uomini, combatteremo ora la guerra imminente, avendo gli stessi dèi a condottieri».
Questo concetto che, come si vede, Livio presta anche a un altro popolo italico, pure in onta a’ Romani, sembrava, d’altra parte, così penetrato in questi che essi ne menavano vanto e se ne pavoneggiavano perfino, si potrebbe dire:
«Sappiano tutte le nazioni — fa dire Livio a Scipione[199] — che il popolo romano intraprende e finisce giustamente le guerre».
Justum ac pium bellum, torna con frequenza, specie presso Livio.
Cicerone attribuisce ripetutamente a questo ossequio verso gli dèi la meravigliosa fortuna de’ Romani[200].
Se, intanto, molte volte questo nuovo concetto astratto della guerra si disperdeva e si contraddiceva nell’azione, altre volte le stesse condizioni che l’avevano fatta sorgere gli facevano esercitare una forza moderatrice.
Se la guerra tra popoli dello stesso ceppo e vicini, per ciò stesso, per la diuturna ragione di contrasto, degeneravano, talvolta, come è stato osservato, in atti di crudeltà, spesso anche potevano ingenerare sentimenti e condotta simili a quella che a Callicratida faceva apparire repugnante a un greco ridurre in ischiavitù un altro greco.
La moderazione e la magnanimità erano talvolta incoraggiate anche da un sentimento utilitario, visto che, come bene osservava Polybio[201], si era visto ottenere con la convenienza e la bontà delle maniere (διὰ τῆς ἐπιεικείας καὶ φιλανθρωπίας τῶν τρόπων) quello che non si otteneva con le armi.