Il bello episodio della storia tradizionale romana per cui Camillo disdegna vincere Falerio per tradimento e Falerio perciò stesso si arrende, se non è improntato alla realtà, è improntato alla verità storica, e, se non un fatto storicamente avvenuto, rispecchia uno stato di animo. «Vi sono norme della guerra come della pace — fa dire lo storico a Camillo[202] — e noi imparammo a praticarle con giustizia non meno che con fortezza». «La fede romana — narra indi Livio — la giustizia del capitano sono levate a cielo nella curia e nel foro; e per consenso di tutti vanno ambasciadori a Camillo negli accampamenti e indi, col permesso di Camillo, a Roma, al senato, per fare la dedizione di Falerio». E «con l’avvenimento di questa guerra, due esempî salutari — fa dire egli a’ legati — sono stati tramandati al genere umano: voi alla vittoria presente preferiste mantenere intatta, pure in guerra, la fede, noi, tratti a gareggiare con voi nella fede, spontaneamente vi accordammo la vittoria».

La guerra è così intimamente materiata e contesta di azioni disumane e distruttrici, che, per quanto si faccia, di poco si riesce a mitigarne gli orrori: pure, per questa via ne’ desiderati almeno, negl’intenti, a qualche cosa si mirava e a qualche cosa anche si riusciva.

È notevolissimo, per esempio, per mostrare quanto, moralmente almeno, si fosse progredito in questo senso, il passo seguente scritto da Polybio[203] per censurare la condotta di Filippo verso gli Etoli, comunque questi potessero essere immeritevoli e fedifraghi:

«A levar via le cose attinenti alla guerra e a distruggere fortezze, porti, città, uomini, navi, frutti, e tutte le cose congeneri, mercè cui si possono rendere più deboli gli avversarî, più poderosi le cose nostre e i nostri assalti; a far questo ci astringono le leggi della guerra e quanto da essa è voluto. Ma, quanto a ciò che non promette aiuto alle cose proprie per l’avvenire, nè di presente ne procaccia, nè affievolisce i nemici nella guerra che si combatte, ma, per semplice eccesso, manomette i templi e insieme ad essi le statue e ornamenti di simil genere; come si può non dire che ciò sia atto di costume e spirito rabbioso? Perchè gli uomini dabbene non debbono combattere con gli ignavi per distruggerli e cancellarne sino la traccia, ma per l’emenda e la riparazione del malfatto; nè debbono uccidere quelli che non hanno fatto male insieme a quelli che commisero colpe, bensì piuttosto salvarli tutti e trascegliere quelli che sembrano colpevoli dagl’innocenti».

Si può ben dire che in una simile affermazione teorica, oggi, non si sia andati più oltre.

Insieme a questa trasformazione dello spirito e della intensità distruttrice, la guerra andava poi soggetta a un’altra continua trasformazione nelle stesse forme tecniche, con cui si combatteva[204].

La guerra, quale appare da’ documenti egizi e più specialmente assyro-babilonesi, è come uno sciamare lungo, continuo, confuso di uno su di un altro popolo, da uno ad un altro paese. La similitudine delle cavallette, frequentemente ricorrente nelle epigrafi assyro-babilonesi, è un’immagine semplice ed ingenua, ma di grande veracità e di meravigliosa evidenza.

La battaglia — anche nell’Iliade — non coordinata ad un vero piano, trova la sua unità piuttosto nello scopo generale a cui mirano i combattenti, anzi che in una concorde azione spiegata, e si dirama, così, naturalmente, in una serie di episodî, in cui campeggiano, emergono ed operano pochi eroi, mentre la folla anonima, continuamente fluttuante e sparente, serve quasi di fondo al quadro per completare le proporzioni epiche de’ guerrieri sovraneggianti.

Secondo il poema altrove citato, alla battaglia di Qodshou, Ramsete, egli solo, non sorretto da altro che dall’aiuto divino, si trae dall’imboscata in cui era caduto e batte i nemici. I re assyri sono anch’essi come il motore dell’azione, il centro in cui si appunta e donde si dirama ogni energia; e la vittoria è l’opera del loro braccio, anche più che della loro direzione. Gli eroi omerici, terribili e corruschi nella sfavillante armatura, sul loro carro di guerra, elemento integrante della guerra orientale, percorrono da un capo all’altro il campo di battaglia, facendo inclinare le sorti della pugna con la loro azione e qualche volta con la sola loro presenza.

Per quanto vi sia un’ordinanza, per quanto si sappia anzi che i combattenti marciano per tribù e per patria, pure l’azione si risolve in tante monomachie e si riassume nelle monomachie degli eletti.