All’attacco frontale e simultaneo di tutta l’ordinanza, Epaminonda sostituì un metodo per cui, contrariamente all’uso precedente, l’ala sinistra, ove egli concentrava il nerbo delle sue forze, aveva l’offensiva, mentre l’ala destra, messa puramente sulla difensiva, faceva semplicemente della resistenza e teneva a bada l’ala destra nemica, intanto che la sua ala sinistra, facilmente vittoriosa per la forza preponderante, dopo avere sgominata l’ala destra dell’avversario, ne scompigliava l’ala sinistra, attaccandola di fianco.

Alessandro, pur commettendo ancora l’offensiva all’ala destra, che per la specialità dell’arma non obbligava a considerare l’inconveniente del fianco scoperto, adottò il metodo di Epaminonda, fecondandolo e sviluppandolo con la varietà delle armi e de’ contingenti, col rendere mobile l’esercito snodandolo in reparti atti all’azione agile e varia, con la rapidità delle mosse, col colpo d’occhio sicuro, calcolatore di tutti i vantaggi offerti dagli eventi, con la strategìa geniale che intuisce le difficoltà per superarle, che escogita i piani, li rinnova, li muta secondo il bisogno, e, adocchiato il nemico non lo perde più di vista, sinchè non l’abbia stritolato, come aquila, con avvolgimenti, or lenti or fulminei, sempre inevitabili e fascinatori, diretta alla preda.

Presso i Romani, la legione ci si presenta di varie composizioni con il suo contingente suddiviso in principes, hastati, triarii, velites. Sotto Camillo secondo alcuni, nelle guerre sannitiche secondo altri, si divide in trenta manipoli, appresso suddivisi ancora per comodità amministrativa in due centurie, e ricomposti, per ragione tattica, in coorti di tre manipoli ognuna. Questa suddivisione in manipoli segnava una nuova tattica, che da’ manipoli appunto prendeva il nome; e, sostituendosi al più antico modo di combattere per falange serrata, apriva nuove vie e forniva nuovi strumenti all’arte della guerra. Spezzata in manipoli, l’ordinanza dava tutta l’agevolezza di restringere o dividere la linea di battaglia, permettendo alla prima linea di ritirarsi, tra gl’interstizî, dietro la seconda, e alla terza di venire alla sua volta in prima linea; e sopratutto dava modo di riformare nel più vario modo il piano di attacco o di difesa, deludendo i calcoli del nemico e le mosse fatte in vista di una preveduta azione tattica. Così i Romani, come avevano fatto per le altre forme della vita civile, parimenti per la guerra avevano consultata l’esperienza loro e degli altri, erano proceduti per adattamenti e imitazioni di amici e di avversarî verso metodi di guerra e di battaglia più complicati, usando rispettivamente l’attacco frontale, l’obliquo come quello di Epaminonda, combattendo con l’acies triplex, quincunx, sinuata, in sette tipi, quanti ne sono attribuiti.

Un’evoluzione analoga a quella della guerra terrestre aveva avuto la guerra marittima. La trireme, divenuta la forma tipica delle navi da guerra e base delle flotte, pur non rimane la forma ultima della costruzione navale; e, benchè in via straordinaria, si ebbero navi di struttura più complicata. Sopratutto, poi, la prima rudimentale guerra navale, che differiva dalla terrestre più per il campo su cui avveniva anzichè per le forme, si venne mutando in una forma specifica di guerra, alla quale l’esperienza della navigazione e del mare dava un carattere suo proprio. Mentre i popoli meno esperti o all’inizio della guerra navale ricorrevano a speciali congegni per avvincere le opposte navi combattenti, per convertire il combattimento in una lotta pugnata su di un mobile suolo, su di un ponte, o cercavano di tenersi in prossimità della sponda, mischiando la forza di terra nel conflitto; i marinai più esperti cercavano il mare largo, davano maggiore agilità alla nave, accrescevano il personale di servizio della nave a spese del personale combattente, e cercavano nelle fughe simulate e ne’ rapidi ritorni, nelle celeri evoluzioni, nelle violente abbordate, ne’ colpi di sperone, nelle veloci traversate, negli sbarchi inattesi, i mezzi della vittoria.

Aveva del pari tutta un’evoluzione l’arte delle fortificazioni e quella opposta degli assedî per tutta una serie che andava dall’inerte e sterile campeggiare degli spartani innanzi alle mura di Atene sino alla difesa di Siracusa contro i Romani e alla sua presa.

Variava l’armatura di difesa e di offesa col sostituirsi e l’alternarsi della lancia, della spada, del giavellotto e l’ampliarsi e il restringersi dello scudo e il sostituirsi del giaco alla lorica, del copricapo di cuoio all’elmo di bronzo, dell’armatura leggiera alla pesante o della combinazione di entrambe.

Il rudimentale genio militare, che prima era consistito soltanto in un certo numero di fabbri e legnaiuoli, aveva anch’esso il suo sviluppo: progrediva l’arte di costruire il campo; l’approvvigionamento veniva reso meno disordinato con un sistema di contribuzioni e requisizioni e l’uso di magazzini nello stesso paese nemico.

Questi ed altri progressi dipendevano specialmente dalla nuova base, che l’esercito si faceva con un diverso sistema di reclutamento.

Nel tempo più antico il cittadino è sopratutto guerriero, se non proprio esclusivamente guerriero come gli Spartani, e quanto più è in una posizione economica più favorita dalla fortuna, ha non solo, come occupazione preferita, ma come monopolio il servizio militare.

Con l’evoluzione democratica dello Stato, con l’ampliarsi del medio ceto, con l’allargarsi de’ conflitti che richiedono forze combattenti più numerose, anche l’esercito allarga la sua base; e, allora, da un lato si rende necessaria l’introduzione del soldo, dall’altro, viene necessariamente a modificarsi l’armatura, anche per l’obbligo che spesso ricade allo Stato di fornirla.