La schiavitù, d’altra parte, la cui storia gronda tante lagrime e tanto sangue e che era uno de’ primi e più diretti effetti, una delle lusinghe della guerra, col suo lavoro concentrato in certi punti, compì davvero per molto tempo nell’antichità la funzione che oggidì compie la macchina; e molte delle più maravigliose opere dell’architettura, della ingegneria e dell’arte antica appariscono come l’effetto ultimo di guerre che avevano messo in mano di un conquistatore, come in un punto di applicazione di una leva, ricchezza accumulata e forza di lavoro disponibile.
Certo chiunque sente umanamente, risente anche tutto il tragico fato della storia; e la maestà delle Piramidi e del Colosseo, la bellezza del Partenone e della statuaria antica si appannano come di un’ombra al pensiero de’ dolori che costarono. Dolore, ammirazione, rimorso, conforto: un turbine di sentimenti potenti e contrarî sorge innanzi ad ognuna di quelle opere, le quali, se talvolta non sono che il mostruoso specchio dell’orgoglio di un re, altre volte hanno in sè un riflesso d’eterna, serena bellezza, o, come le opere di canalizzazione e di viabilità, rappresentano un grande passo innanzi sulla via dell’evoluzione economica e della civiltà.
Anche qui, per rilevare certi fenomeni e certi effetti della guerra, possono meglio servire de’ documenti, che, quanto più sono antichi, tanto più hanno valore, perchè mostrano alcuni nessi nella maniera più semplice ed immediata, non dissimulati nè celati da fenomeni intermediarî e più complessi.
Le iscrizioni assyro-babilonesi[206] ci fanno assistere nella forma più costante e quasi iperbolica a questa sistematica razzìa, susseguita poi dall’altra meno violenta ma non meno esauriente de’ tributi, che faceva migrare la ricchezza de’ paesi vinti verso il paese vincitore.
Questi stessi documenti ci fanno vedere come le esigenze della guerra già incitassero e obbligassero a superare luoghi impervii, a guadar fiumi, a tracciare strade[207], a fare tanti altri lavori, che rappresentavano una difficoltà tecnica superata e convertibile poi ad usi più proficui che non fossero quelli della guerra.
Costantemente, i re guerrieri sono anche costruttori; e non certamente perchè avessero maggiore attività e maggiore spirito d’iniziativa, ma perchè nella guerra avevano raccolto mezzi e braccia adatte alle opere, a cui, nell’eccitamento della gloria, davano mano.
Ahmos, il liberatore dell’Egitto, ricomincia subito le serie delle costruzioni, servendosi dell’opera forzata degli Asiatici, prima dominatori, ora servi[208]. Thoutmos I, al ritorno dalla sua spedizione d’Asia, impiegò come muratori i numerosi prigionieri condotti al suo sèguito e cominciò grandi lavori, che i suoi successori continuarono senza interruzione. Tutta la valle del Nilo, dalla quarta cataratta al mare, si covrì di monumenti[209]. Ad altrettale uso servì il bottino raunato in Siria da Sethi I[210].
Queste costruzioni avevano luogo ordinariamente nell’intervallo tra una e l’altra guerra, specialmente in qualche periodo di pace protratto, ma erano sempre una dipendenza delle risorse della guerra.
Ne’ casi in cui l’opera de’ prigionieri veniva meno, queste opere pubbliche non si potevano continuare senza grandi oppressioni e turbamenti.
Ramsete II, il principe costruttore per eccellenza, privato dalla lunga pace con i Khiti delle risorse della guerra, dovette servirsi per la costruzione, di Egiziani e di stranieri già internati nell’Egitto, sollevando grandi lamenti[211]. Shabakou, che pure aveva guerreggiato, per procurarsi le braccia necessarie, sostituì alla pena di morte quella de’ lavori forzati[212].