Salomone, che non era re guerriero, dovette menare innanzi le costruzioni di Gerusalemme aggravando i sudditi d’imposte e di contributi di opere[213].

È noto il lamento de’ Romani contro l’ultimo Tarquinio di essere «opifices ac lapicidas pro bellatoribus factos»[214].

Parimenti per i re assyro-babilonesi questo lusso di costruzioni è un complemento delle loro glorie militari, un’appendice della guerra, in quanto questa erezione di templi, di palagi, di monumenti è una ricompensa ed una glorificazione della divinità e di chi ha vinto col suo aiuto e nel suo nome.

«Poiché — dice Tiglath-Pileser I[215] — ebbi vinti tutti i nemici di Ašur, costruii il tempio ad Ištar di Ašur, mia signora, il tempio di Martu, il tempio del vecchio Bel, la casa delle divinità, tempio degli dèi della mia città Aššur, che erano in rovina e li completai. Feci l’ingresso a’ loro templi, vi condussi dentro i grandi dèi miei signori e rallegrai il loro cuore divino. Ricostruii e completai palazzi, sedi reali nelle grandi città, a’ confini del mio territorio, che dal tempo della reggenza de’ miei padri, per lungo periodo di tempo, erano abbandonati, decaduti e ruinanti».

«L’antica Kalḫu — dice Asur-nâṣir-abal[216] — che Salmanassar, il re di Aššur, un principe regnante prima di me, aveva costruito — quella città era decaduta, ruinata, ridotta a calcinacci e terra arabile — quella città io la resi di nuovo abitata, mettendovi a dimorare i miei prigionieri de’ paesi che io avevo vinti e presi. Scavai un canale dal Zab superiore e lo chiamai Patiḫigal[217], vi feci intorno giardini, offersi in sacrifizio frutta e vini ad Ašur, mio signore e a’ templi del mio paese. Spianai l’antica collina, scavai sino alla profondità dell’acqua, andai sino a 120 tikpi al disotto del suolo, costruii le sue mura; la costruii e la completai dalle fondamenta al tetto».

Di un’altra costruzione anche più immediatamente connessa con le guerre ci parla Asarhaddon: «Per l’arsenale, che i re regnanti prima di me, miei padri, avevano costruito per tenervi l’esercito e custodirvi cavalli, muli, carri, proiettili, arredi di guerra, bottino de’ nemici e ogni altra cosa qualsiasi che Ašur, il re degli dèi, mi facesse pervenire come reale retaggio — per l’arsenale io feci portare dagli abitatori de’ paesi, bottino del mio arco, materiali ed opera, ed essi dovettero preparare mattoni. Io demolii completamente quel piccolo edifizio, tagliai dal campo un gran pezzo di terra come suolo edificatorio e ve l’aggregai»[218].

E di simili lavori riflettenti costruzioni, piantagioni, opere di canalizzazione, si potrebbe, volendo, citarne molti e molti altri[219].

Il vantaggio, anzi il carattere indispensabile che aveva per certe opere di molta estensione l’unità del dominio, è rilevato da un egittologo[220] per l’Egitto riunito sotto Shabakou (Sabacone); e si può naturalmente rilevarlo anche meglio pel dominio romano solcato di vie, che l’attraversavano in tutti i sensi, rigato di acquedotti monumentali, che fornivano copia d’acque alle sue città, fornito di terme grandiose, abbellito d’immensi anfiteatri e di fôri maestosi; tutte opere queste, in parte agevolate, in parte addirittura imposte, più che rese possibili, da un vasto dominio, che dava origine a centri popolosi, che richiedeva, per la sua stessa esistenza, una comunicazione agevole e possibilmente rapida delle varie sue parti e che per questa via ne agevolava i contatti, l’assimilazione se non la fusione.

Se commercio e guerra, sotto un certo rapporto, si potrebbero considerare quali termini opposti, è pure indubitato, come già è stato osservato[221], che vengono a trovarsi in frequenti relazioni tra loro, non solo in quanto dalle contese commerciali frequentemente si è sviluppata la guerra, ma in quanto la guerra stessa ha finito per dischiudere l’adito al commercio.

«Non è forse vero — diceva uno di questi scrittori a cui si è alluso[222] — che spesso la guerra ha lasciato cadere qualche benefizio dalla sua veste sanguinosa? Per essa si son visti parecchie volte estendersi il commercio, propagarsi l’industria, perfezionarsi l’agricoltura, e costumi meno inumani imporsi a’ popoli barbari».