«Io mi costruii — dice Tiglath-Pileser III[224] — un palazzo di legno di cedro... Al Nord feci le sue porte di avorio... Lo copersi, lo rafforzai con travi di legno di cedro, ampie, che sentono bene, come a’ fumatori le fragranze del legno di Ḫašurri, il prodotto dell’Amanus, del Libano e Ammanana. Per ornamento adoperai l’arte degli artefici e collocai la porta. I battenti di legno di cedro, doppî, il cui ingresso largisce le grazie, il cui profumo allieta il cuore, li cinsi con una cornice raggiante e splendente e li fermai alle porte. I leoni colossali, i tori colossali, formati con tanta arte, con tanto lavoro, li posi alle entrate, li feci ergere per l’altrui ammirazione. Sotto di essi dal lato di mezzogiorno posi soglie di... feci un ingresso maestoso. Eressi anche una statua... de’ grandi dèi; la creatura del fondo de’ mari, la posi là con la faccia rivolta (?), feci sì che spandesse intorno a sè il terrore. A completarla la circondai d’oro, d’argento e di rame e feci risplendere la sua figura».
Mentre lo sviluppo stesso dell’architettura, sacra e profana, tirava dietro di sè lo sviluppo della statuaria, questa riceveva un altro eccitamento indipendente dal desiderio, dal bisogno di eternare quei re vittoriosi, quei guerrieri famosi.
Quasi di prammatica nelle iscrizioni assyro-babilonesi appare dopo qualche grande vittoria questa statua di re eretta ad eterna sua gloria[225].
A questo stesso desiderio si riconnette il principio di una tradizione storica scritta.
Nelle loro reciproche incursioni, i diversi belligeranti usavano lasciare all’ultimo termine della loro conquista un segno visibile, una memoria delle loro gesta: altre ne lasciavano ne’ templi, altre simili iscrizioni apponevano alle stesse loro statue.
«Nella mia tavola commemorativa e nel mio documento di fondazione — dice Tiglath-Pileser I — scrissi la gloria della mia forza eroica, le vittorie riportate nelle mie battaglie, l’assoggettamento de’ nemici, che odiavano Ašur, che Ašur e Rammân mi avevano donati; e li posi per l’eternità nel tempio di Ašur e Rammân, i grandi dèi, miei signori. Nettai anche con olio il documento di Samši-Rammân, mio antecessore, feci un sacrifizio e lo rimisi al suo posto»[226].
E Samši-Rammân[227]: «Feci ergere una statua della mia maestà reale di conveniente grandezza, vi feci scrivere la potenza di Ašur, mio signore, la magnanimità, la forza e tutte le gesta della mia mano da me compite nel paese di Nairi e la feci porre in Sibara...».
È lo stesso impulso — generalizzato e spostato da un re a una cittadinanza — che dà origine agli annali de’ pontefici e de’ magistrati civili, e che poi fa sorgere la storia stessa, suggerendo ad Erodoto di eternare le guerre persiane, intorno a cui trovano posto, come intorno a un nucleo, tutti gli altri fasti storici di altri popoli; a Tucidide di narrare la guerra del Peloponneso, e così ad altri scrittori di narrare i fasti de’ popoli, prendendo le mosse dalle guerre, che, essendone la parte più visibile e impressionante, ne costituiscono per lungo tempo come la spina dorsale.
Insieme a questi effetti più generali e diretti, la guerra ne produceva altri più indiretti, mediati e meno visibili per l’adattamento a cui obbligava i popoli belligeranti, per le modificazioni che, col suo contraccolpo, induceva nella loro stessa organizzazione interna.
La guerra — se non realmente, potenzialmente almeno, quasi permanente — obbligava generalmente, la società antica a organizzarsi in vista e sulla base della guerra.