Una guerra difensiva di confine, poi, combattuta, si può dire, alle porte, in condizioni di vita assai semplici, aveva un interesse presente e quasi universalmente sentito. Una guerra lunga e lontana, combattuta mentre le condizioni economiche dello Stato erano progredite e gl’interessi delle varie classi della popolazione si erano differenziati ed anche contrapposti, turbava adattamenti già conseguiti, offendeva interessi e speranze e suscitava necessariamente vivi contrasti. Se il proletario vi poteva vedere la via di diventare proprietario e il commerciante l’ampliamento del suo campo di azione e il pubblicano una nuova mèsse di tributi da esigere, il proprietario fondiario, specie medio e piccolo, vi doveva vedere volta a volta il peso del tributo, l’invasione richiamata come un turbine di lontano sulle sue terre, la propria azienda abbandonata, il suo mercato aperto alla concorrenza; tutto ciò a prescindere da’ pericoli e dalle molestie rese più sensibili a chi più aveva cominciato ad apprezzare il piacere di evitarle.

Così gli antagonismi dissimulati talvolta all’interno dalle loro manifestazioni individuali, si riflettevano nella politica estera come in un mezzo più terso e ne ripigliavano vigore per divampare peggio: la guerra n’era a un tempo come lo spontaneo processo dimostrativo e il principio risolvente; e i partiti si riorganizzavano come partito della guerra e partito della pace, servendo come di centro di attrazione e di punto di applicazione a tutte le opposte tendenze.

Così, se da un lato si creava un ostacolo e un inceppo a’ conflitti, dall’altro canto il logorìo del contrasto esterno era accresciuto da quello di tutti i contrasti interni, e la guerra esercitava anche per questa via la sua azione dissolvente, che operava immancabile, or segreta, or palese, e, nell’ebbrezza del trionfo, apriva agli stessi vincitori una fossa dissimulata sotto un tappeto di fiori.

Mentre sperdeva nel conflitto mille energie, mentre disertava, desolava, stremava il paese e le forze de’ vinti, la guerra induceva tra i vincitori, come un sottile e celato veleno, lo spirito di parassitismo, il lusso corruttore e snervante, lo sperpero scialacquatore, la demoralizzazione irresistibile, tutti gli elementi insomma che, soppiantando lo spirito produttore, parco, assiduo, costante, disintegrano e sovvertono una società tra l’illusione della prosperità assicurata e crescente.

Così, proprio quando parevano aver toccato l’ultimo trionfo, questi Stati antichi, cominciavano a presentare i tristi presagì della loro decadenza e della loro ruina. La guerra continua li esauriva; e, se una volta la volubile fortuna della guerra li abbandonava, rovinava in un giorno l’opera di secoli; pure, mentre durava, la guerra manteneva un certo eccitamento artificiale, uno spirito di coesione, sia pure fittizio, e riforniva con le prede, con gli schiavi, gli stessi vuoti ch’essa aveva prodotto. Ma, come accade dopo un lungo sforzo, la stanchezza si sentiva proprio più quando lo sforzo veniva per un momento a cessare. Allora diveniva più sensibile il lungo esaurimento. Niente era più fatale di quella sosta, che metteva fronte a fronte col problema di mutare la base della propria esistenza o perire. Così l’Egitto dopo Ramsete III[229]. Così l’Assiria sotto Salmanassar IV e i suoi immediati successori[230]. Così gli altri. Naturalmente i paesi che sapevano ritrovare o ricreare in sè le ragioni della loro vitalità, ripiegarsi su sè stessi in un lavoro fecondo di produzione, se non superavano la crisi, per lo meno vi resistevano vivendo una vita modesta, sin che un urto esterno più forte e irresistibile per la stessa forza dominante non provocava la ruina, o sin che non si ricostituivano condizioni di nuovi successi. Gli Stati, invece, prevalentemente, puramente militari, sorti dalla guerra, per la guerra, sulle condizioni della rapina permanente, incapaci di trar profitto dalle arti della pace; questi Stati decadevano irremissibilmente, andavano in ruina, si disfacevano qualche volta, senza lasciare una traccia nella storia della civiltà, come un lugubre sogno.

IX. La guerra civile.

La radice della guerra stava nel desiderio — e si potrebbe anche dire, in molti casi, nel bisogno — determinato da uno scarso sviluppo delle forze produttive, di vivere dell’altrui produzione, risolvendo con uno sforzo, presuntivamente minimo almeno nella durata, il problema della vita.

Questo fenomeno, che, all’esterno, ne’ rapporti di Stato a Stato, si manifestava con le forme di una guerra propria e dichiarata, aveva vita anche all’interno in forma più dissimulata e circoscritta, sia che si trattasse di disputarsi il frutto esclusivo delle imprese esterne, sia che si trattasse di cercare all’interno l’adattamento insufficientemente consentito nelle relazioni esteriori.

Questo parassitismo sociale muta di aspetto, di forma, d’intensità, è diretto o indiretto, più o meno esteso, si esercita direttamente sugli uomini o li colpisce indirettamente attraverso le cose; ma persiste continuo e ininterrotto sotto il sistema dell’appropriazione privata de’ mezzi di produzione. Il fine si raggiunge esigendo servigî, in cambio di protezione, come nel caso de’ clienti, percependo una parte de’ frutti della terra, come nel caso degli addetti alla gleba di varia denominazione; escludendo dal possesso delle terre e dalle funzioni politiche una parte della popolazione, come nella contesa per l’agguagliamento de’ ceti, che ha tant’eco nella storia tradizionale romana; arrogandosi il possesso diretto dell’uomo, come nel nexum; ma, attraverso così varie modalità, volute dal diverso sviluppo economico e dalla migliore convenienza particolare e generale, uno è il punto di partenza, una la mèta.

L’estendersi della schiavitù, per effetto di una nuova fase della guerra, dando agli abbienti un più comodo ed economico mezzo di acquisto e una più assoluta disponibilità della forza di lavoro, aveva reso possibile di dichiarare l’inalienabilità della persona del cittadino; ma, risoluta vittoriosamente la questione della sua libertà formale, restava sempre da risolvere la questione ognor viva e presente dell’esistenza materiale. E, per coloro che non avevano parte al possesso della terra, lo schiavo straniero non solo non era stato un liberatore, ma era un concorrente.