Questa condizione di cose ha avuto la sua fase ultima, benchè non definitiva, nella formazione di un salariato, il cui primo nucleo andò sempre crescendo pel crescere del proletariato e la sua concorrenza alla schiavitù, per la degenerazione progressiva di questa e la sua eliminazione definitiva[231]. Ma, durante questo processo di trasformazione più volte secolare, a principio del quale specialmente il salariato stentava più a trovare uno sfogo e ad attecchire, la contesa per l’emancipazione economica, cioè pel possesso di un mezzo di produzione specialmente fondiario e sussidiariamente per la ripartizione degli utili dello Stato, considerato come un’impresa comune, dovea essere viva, continua.
Il corpo organizzato, che lottava concorde e come ente unico, per l’acquisto o per la difesa di una preda, aveva in sè un permanente contrasto d’interessi, in vista dell’appropriazione privata di ogni possesso; e così, nel seno stesso degli aggregati politicamente organizzati, su di una scala più o meno vasta, sotto l’apparente uniformità e coesione, v’erano sordi e mal dissimulati contrasti, resi sempre più acuti da antitesi d’interessi, fomentati dalle passioni stesse a cui davano luogo. La piccolezza dello Stato, poi, e il fatto che nell’antichità la vita politica di un dominio, per quanto grande, si concentrava esclusivamente nella città dominante, facevano sì che i dissensi d’indole più generale si complicassero e s’inasprissero di tutti gli odî ereditarî di famiglie, di tutte le avversioni personali, di tutte le gare locali. Sicchè si aveva una guerra continua, or manifesta, or latente, di classi contro classi, di famiglie contro famiglie, di persone contro persone. E uno stato di cose che da Platone[232] si era compendiato in questa osservazione: «..... Ognuna di esse non si può chiamare una città, ma molte città. Perchè, comunque sia, ve ne sono due avverse tra loro, una de’ poveri, una de’ ricchi, e in ognuna di queste ve ne sono molte alla loro volta; e tu ti sbaglieresti assolutamente, se le volessi considerare come una sola città; considerandole invece come molte, dando agli uni le ricchezze, la potenza, le persone stesse degli altri, troveresti sempre molti alleati, pochi avversarî....». Un quadro che, come giustamente si è osservato, non può a meno di richiamare quanto, tanti secoli dopo, in un suo romanzo politico, diceva il Disraeli dell’Inghilterra contemporanea: «Sono proprio due popoli tra cui non esiste nessuna comunione, nessun sentimento comune, che si conoscono così poco nelle loro abitudini, ne’ loro pensieri e ne’ loro sentimenti, come se fossero le creature di diverse zone o gli abitanti di diversi pianeti»[233].
L’allargarsi degli orizzonti, il crescere de’ bisogni, la facilità d’arricchire non facevano che acuire questo stato di cose.
Uno scrittore latino[234] delinea così questa nuova fase della vita a Roma: «Ma poichè le cose dello Stato ebbero incremento dalla laboriosità e dalla giustizia, e re potenti furono vinti in guerra e fiere nazioni e vaste popolazioni sottomesse con la forza, e Cartagine, emula della potenza romana, fu divelta dalle fondamenta ed ogni mare ed ogni terra era aperta innanzi a noi; la fortuna cominciò a incrudelire e a confondere ogni cosa. A quei che facilmente avevano tollerato fatiche, pericoli, vicende d’esito incerto ed aspre, parvero desiderabili ozio e ricchezze; tutte le altre cose misere e gravose... Poichè le ricchezze vennero in onore, e la gloria, il comando, la potenza dipendevano da quelle, cominciò a vacillare la virtù, la povertà cominciò a sembrare vergogna e la integrità malevolenza. Dalle ricchezze quindi emersero, a sopraffare la gioventù, lussuria, avarizia e superbia; rubare, consumare, far poco conto del proprio, desiderare l’altrui, non aver riguardo, nè misura rispetto al pudore e alla pudicizia, alle cose umane e alle divine confuse».
E, poco appresso, lo stesso storico fa parlare Catilina così[235]: «Dopo che lo Stato cadde in potere ed arbitrio di pochi, sempre re e tetrarchi sono loro tributari, popoli e nazioni sono tassati a loro favore; tutti noi altri, strenui e buoni, nobili ed ignobili fummo volgo, privi di ogni considerazione, di ogni autorità, avvinti a quelli, di cui, se la Repubblica fosse quale dovrebbe essere, noi saremmo lo spavento. Quindi sovranità, potenza, onore, ricchezza sono in mano loro o dove loro piace: a noi lasciano pericoli, ripulse, piati giudiziarî, miseria. Le quali cose sino a quando vorrete soffrir voi, fortissimi uomini? Non giova meglio morire valorosamente che perdere inonoratamente una vita misera e infelice, nella quale si sarà servito di ludibrio all’altrui superbia?... Qual mortale che abbia animo virile può tollerare che a quelli avanzino tante ricchezze da profonderne nel costruire in mare e nell’adeguare i monti, mentre a noi manca una sostanza familiare da poter sopperire al necessario? Che quelli possano avere di seguito due e più case, mentre a noi manca un lare familiare? Mentre comperano quadri, statue, cesellature, e diroccano nuovi edificî per costruirne altri, e infine in ogni maniera estorquono danaro, vessano, pure non possono con la somma loro libidine superare le ricchezze. Noi, invece, abbiamo l’indigenza a casa, fuori i debiti; triste la condizione dell’oggi, molto più aspro l’auspicio del domani: infine che cosa altro ci resta se non una misera anima?».
Questo stato continuo di tensione, spinto all’estremo, sotto l’azione di un avvenimento esterno, di un crescente dissesto interno, di una rivoluzione politica, precipitava finalmente verso la catastrofe; e allora tutte le ire, tutte le violenze si scatenavano senz’ordine, nè misura. Tutti i metodi di guerra, tutte le crudeltà, a cui i conflitti esterni avevano adusata l’una e l’altra parte, erano usati reciprocamente, aggravati e circuiti di tradimenti, d’insidie, di ragioni personali, quali potevano esservi tra vicino e vicino, nell’àmbito di uno stesso recinto.
Nel 370, per es., il popolo di Argo massacrava con la fustigazione millecinquecento persone. «Il popolo d’Argo — dice Isocrate[236] — si reca a soddisfazione di massacrare i ricchi, e si rallegra, ciò facendo, più che non facciano altri nell’uccidere i nemici». Delle condizioni del Peloponneso dice[237]: «Si temono i nemici meno de’ proprî concittadini. I ricchi preferirebbero gettare in mare le loro ricchezze anzi che darle a’ poveri: per questi, d’altra parte, niente è più gradito che lo spogliare i ricchi. Cessano i sacrifizî: sugli altari si sacrificano gli uomini. Più di una città ha ora più emigrati di quanti ne aveva prima l’intero Peloponneso».
E a questi scoppî violenti d’ira della piazza facevano riscontro da parte delle oligarchie gli stati d’assedio, le misure eccezionali, le proscrizioni in massa, le confische.
Oneste lotte intestine, di cui è materiata la storia antica, e che, mal placate da una certa beneficenza di Stato, riardevano continuamente, finivano di solito con l’indebolire la compagine dello Stato, facendolo preda di un nemico esterno più potente, o, sotto la doppia pressione del bisogno di resistere agli urti interni ed esterni, determinava il sorgere o il risorgere di un principato.
A Roma, si arrivò per questa via all’Impero, che importava un ambiente di relativa pace favorevole agl’interessi, specie del medio ceto, e alla sua eventuale ricostituzione, un freno all’aristocrazia avida, una migliore amministrazione del dominio, una sistemazione delle provvidenze pel proletariato.