Ma le dispute di successione tornavano, quando non era possibile stabilire o mantenere una dinastia, a compromettere gravemente la pace pubblica; e, prima di arrivare alla stessa prima costituzione dell’Impero, tutto il dominio aveva dovuto passare attraverso un lungo periodo di convulsioni e di guerra civile.

E niente vale forse a dare meglio un’idea di tutti gli episodî di essa, quanto la descrizione che ne dà Appiano, discorrendo del secondo triumvirato[238]:

«Nell’atto stesso che erano fatte le proscrizioni, si occuparono le porte e quante altre uscite vi erano delle città e i porti e le paludi e tutto quanto potesse dar sospetto di prestarsi a fuga o ad appiattamento: si fece in modo che i centurioni scorressero il paese, investigando, e ogni cosa si fece in questo stesso senso.

«Subito, adunque, in città e in campagna, dovunque ognuno si trovava, si vedevano repentine sorprese e uccisioni di vario genere e recisioni di teste per la taglia promessa a’ denunziatori e fughe inonorate e contegni sconvenienti di chi prima era ragguardevole. Poichè si nascondevano alcuni ne’ pozzi, altri in condotti luridi sotterranei, altri ne’ camini fumosi, o se ne stavano in gran silenzio sotto le incombenti tegole de’ tetti. Giacchè, non meno de’ sicarî, temevano alcuni le mogli o i figli non ben disposti verso di loro, altri i liberti e i servi, altri i debitori o i confinanti di fondi per l’avidità di avere le loro terre. Era come un erompere, tutto in una volta, di ciò che sin’allora era venuto suppurando, ed era spietata la vicenda di senatori, consoli o pretori o tribuni, o ancora in carica o già investiti di tali uffizî, cadenti in pianto a’ piedi del loro stesso servo, invocando salvatore e padrone lo schiavo. E il più spietato era che non trovassero mercè. Vi era tutto uno spettacolo di mali, non quali si scorgono nelle rivolte o nelle espugnazioni delle città: poichè non accadeva, come in quelle, che si temesse l’avversario o il nemico, rivolgendosi a’ proprî familiari: questi appunto si temevano più de’ sicarî, non temendoli come in guerra o nella sedizione, ma fatti d’improvviso, di familiari nemici, o per segreta inimicizia, o per donazioni ad essi promesse, o per oro ed argento che si avesse in casa. Per queste cose ciascuno diveniva infido verso i suoi di casa e anteponeva alla compassione il suo lucro. Chi si manteneva fido o benevolo, temeva di recare aiuto, o celare, o essere fin consapevole per la simiglianza delle pene. A ritroso l’incalzava il primo timor de’ diciassette [i presi prima della proscrizione]. Poichè, allora, non essendo stato proscritto alcuno, ma essendo improvvisamente stati presi quelli, tutti temevano le stesse cose e si sentivano compagni. Venute fuori le tavole di proscrizione, altri furono subito consegnati; altri, fatti securi di sè stessi e voltisi al lucro, davano la caccia ad altri per consegnarli, dietro una taglia, a’ sicarî. Dell’altro gran numero, alcuni saccheggiavano le case degli uccisi, e il guadagno li alienava dalla coscienza de’ mali presenti; altri più assennati e buoni erano colpiti dalla sorpresa ed era per essi più strano se consideravano come altre città erano state danneggiate dalle dissensioni e le aveva salvate la concordia; questa, l’avevano ruinata in precedenza le dissensioni de’ governanti e il loro accordo ora si rivelava in tali effetti. Morivano alcuni difendendosi dagli assalitori, altri non difendendosi e come soccombendo a una ingiusta loro violenza; ve n’erano anche che perivano di volontario digiuno e disfatti dalle piogge, che si affogavano in mare o si gettavano da’ tetti o si lanciavano nel fuoco, o andavano incontro a’ sicarî, o li mandavano a chiamare se indugiavano, mentre altri si nascondevano, o supplicavano senza dignità, o cercavano di scongiurare il male incombente a viva forza o con la corruzione. Alcuni perirono all’insaputa de’ triumviri, per errore o per insidia. E sapevano del non proscritto ucciso, quando si presentava la testa. Poichè i capi de’ proscritti si esponevano nel Fôro, presso i rostri, dove bisognava che venissero a prendere la mercede quelli che li portavano. Si osservava parimenti la premura e la virtù d’altri, donne e giovinetti e fratelli e servi, che salvavano ricorrendo a molti stratagemmi e morivano insieme quando non riusciva ciò che avevano escogitato: altri si uccidevano sugli uccisi. Di quelli che fuggirono, alcuni perirono in naufragî, in tutto oppressi dalla fortuna; altri, inopinatamente, furono condotti a’ magistrati cittadini e a’ comandi degli eserciti e a’ trionfi...».

X. Pax Romana.

La guerra! La pace! La pace! La guerra!

Col ritmo monotono di un pendolo che non tocca un estremo se non per allontanarsene e tendere subito all’altro; con l’intreccio inestricabile di trame intessute per formare una sola tela a vario colore; col contrasto e la correlazione di una triste realtà e di una dolce aspirazione che si rincorrono per escludersi e per completarsi — la pace e la guerra, la guerra e la pace si succedono, si rinnovano, si avvicendano, s’insidiano attraverso la lunga, dolorosa via della storia!

Il desiderio della pace, immanente e perenne, ma perennemente minato e deluso da’ contrasti della vita, risorgeva inestinguibile e ostinato e trovava la sua espressione e la sua incarnazione in molteplici e continuamente riprodotti trattati di pace.

Ma erano tregue piuttosto che paci, vigilie d’armi e incubazioni di guerre. La loro lunghissima serie[239] non fa che provare la loro fragilità, la loro nessuna persistenza; e, nel loro carattere generale, sembrano altri aspetti della guerra; alleanze che miravano a una guerra futura, e, nello stesso loro nome (συμμαχία), rivelavano questo loro scopo e questa ragione bellicosa.

A misura che si venivano costituendo più vasti e più solidi organismi politici, che il concetto di razza si veniva fissando e determinando, che gli interessi si complicavano e s’intrecciavano, l’aspirazione alla pace trovava un campo più vasto in cui esercitarsi; ma non perciò riusciva a realizzarsi. Così, in forma tipica, il mondo ellenico, cementato da comuni tradizioni, dalla comune fede religiosa e da comuni interessi, veniva acquistando un senso di solidarietà e un’anima collettiva, che riflettuta ne’ suoi artisti e ne’ suoi pensatori, faceva talvolta considerare come una lotta intestina e quasi fratricida le guerre reciproche. Ma era una unità ideale a cui non si conformava la realtà delle cose; era una mèta morale fatta di stati d’animo e di tendenze, a cui si ribellava, recalcitrando, la vita quotidiana con i suoi interessi varî che non di rado divenivano anche discordanti. Pure, in queste sue tendenze e manifestazioni ideali, la solidarietà nazionale e di razza finiva per avere, come antitesi e corrispondenza, insieme, un senso di ostilità verso tutto ciò che era fuori di quel cerchio e di quell’ambiente.