«In primo luogo — si dice in uno de’ dialoghi platonici[240] — quanto alla schiavitù, ti pare giusto che Elleni riducano in ischiavitù città elleniche o che ciò non si conceda ad alcuno, per quanto è possibile, e si avvezzi a risparmiare la gente ellenica, facendo in modo che non debba essere ridotta in servitù neppure da’ barbari? Assolutamente, disse, importa che si risparmî. Non acquistare uno schiavo greco, consigliando agli altri Elleni di fare altrettanto? Certamente, disse: così si rivolgerebbero maggiormente contro i barbari ed essi si avrebbero riguardo reciprocamente».

E poco appresso[241]: «Vedi dunque se dico cosa confacente. Dico che la gente ellenica è congiunta da legami di famiglia e di un lignaggio, aliena ed estranea alla gente barbarica. Benissimo, disse. Diremo, così, di conseguenza, che, combattendo gli Elleni con i barbari e i barbari con gli Elleni fanno guerra, e sono nemici per natura, e questa ostilità si deve chiamare guerra. Quando, invece, gli Elleni combattono con gli Elleni, mentre sono amici per natura, l’Ellade, così facendo, presenta uno spettacolo morboso, si trova in istato di sedizione; e una tale ostilità si deve chiamare guerra civile. Io, disse, convengo che si debba ritenere così... La città che fonderai, non sarà ellenica? Bisogna ch’essa sia così, disse. Adunque (i suoi cittadini) saranno buoni e indulgenti? Certamente. E non saranno filelleni? E non considereranno la Grecia come congiunta, e non parteciperanno con gli altri alle cose sacre? Certamente. Adunque le controversie, che avranno con gli Elleni, come con congiunti, le riterranno guerra civile e non le chiameranno guerra? No, certamente. Controvertiranno come persone che debbono riconciliarsi? Assolutamente. Castigheranno, con animo ben disposto, non spingendo la punizione sino alla riduzione in servitù e alla distruzione; essendo correttori, non nemici. Così, disse. Essendo Elleni, dunque, non manometteranno l’Ellade, nè incendieranno le abitazioni, nè considereranno in ogni città tutti come loro nemici, gli uomini, le donne, i fanciulli, bensì i pochi colpevoli del dissidio, e però non vorranno manomettere il loro territorio, quale cosa di molti amici, nè rovesciare le case, e lotteranno invece insino a quando i colpevoli saranno obbligati dagl’innocenti, che soffrono per loro, a pagare il fio. — Convengo, disse, che i nostri cittadini si debbano condurre così con questi loro avversarî, con i barbari invece come fanno ora gli Elleni tra loro...».

Benchè, sotto questa forma, il senso di ostilità e le occasioni di guerra fossero piuttosto spostate che non eliminate, pure quello spirito di solidarietà, insufficiente a realizzare la pace nell’àmbito delle stirpi elleniche, si traduceva qualche volta in effetti pratici, o che una controversia fosse composta da un oracolo di comune fiducia, o che fosse portata a qualche consiglio anfizionico o federale, o che si risolvesse per mezzo di arbitrati, un’istituzione dalla civiltà greca comunicata e trasmessa anche alla società romana.

La formazione di grandi Stati, poi, in quanto erano costretti per qualche tempo a controbilanciarsi in un mutuo gioco di equilibrio, o faceva luogo ad un’egemonia, che si spiegava anche per mezzo d’interventi e di arbitrati[242], contribuiva anch’essa talvolta ad allontanare, per qualche tempo, occasioni di guerra e assicurava temporaneamente la pace.

Ma la pace, che urtava, come contro un ostacolo invincibile, contro il processo di mutua eliminazione, ritardato soltanto o sospeso per una o un’altra via, dovette sembrare finalmente assicurata, quando quel processo di mutua eliminazione giunse al punto di toccare veramente l’impero universale; e, con la costituzione dell’Impero romano, dovette sembrare anche che fosse maturato l’ambiente per la pace universale.

Così, per quel carattere dialettico ch’è nell’indole stessa della storia, tutto l’infinito periodo di guerre sembrava che non avesse fatto se non preparare la sua antitesi, e che il sangue e la strage non avessero cosparsi tutti i campi del mondo se non perchè da essi sorgesse più desiderato e più vigoroso il fiore della pace, e questa trovasse la sua sanzione e la sua guarentigia nella impossibilità obbiettiva di un contrasto!

L’Impero romano sorse anche come l’appagamento di questa aspirazione, nell’estrema lotta tra l’Oriente e l’Occidente, tra il più antico impero e il più recente, tra l’antica tradizione e i nuovi bisogni; e non parve a moltissimi pagato a caro prezzo l’inestimabile benefizio della pace, se ad essa dovevano immolarsi vecchie forme e nomi cari e orrori tradizionali.

Nessuno de’ fasti o delle cerimonie dell’antica èra gloriosa parve vincere quello che si riassumeva nella chiusura del tempio di Giano.

La Pace parve davvero stendere l’ali ampie e benefiche e altrici sul mondo; e il grido di trionfo di tutte le guerre, il gaudio intimo del fortunato presente, le fiorenti speranze dell’avvenire trovarono tutta la loro espressione nel canto con cui Orazio[243] credeva a un tempo mettere il suggello alle sue odi e alle guerre che parvero le ultime.

«A me, che volevo cantar le battaglie e le città vinte, Febo avvertì, in atto di rimprovero, con la lira, che non commettessi le piccole vele all’onde tirrene. L’età tua, o Cesare, riportò anche la pingue mèsse a’ campi e restituì al nostro Giove le insegne strappate a’ superbi penetrali de’ Parthi e chiuse il tempio di Giano non più aperto a’ conflitti, e impose il retto ordine a chi se ne dipartiva e i freni alla licenza e bandì i delitti e richiamò le antiche arti, per cui crebbero il nome latino e le forze italiche, e la fama e la maestà dell’imperio si è stesa dall’occaso alla culla del sole. Finchè tu, o Cesare, starai a custodia di tutto, non l’infuriare delle lotte civili, non la violenza cacceranno la quiete di seggio, non l’ira che tempra le spade e inimica le misere città. Le leggi giulie, non le infrangeranno quei che si abbeverano al profondo Danubio, non i Geti, non i Sericani, non gl’infidi Persiani, non i nati sulle sponde del Tanai. E noi, ne’ giorni feriali e ne’ sacri, tra i doni di Libero giocondo, con i nostri figli e le nostre matrone, dopo aver pregato secondo il rito gli dèi, canteremo, secondo il costume degli antenati, con canto sposato alle tibie lydie, i duci che si condussero valorosamente, e Troia e Anchise e l’alma progenie di Venere».