Quella filosofia stoica che era emersa dalla ruina dello Stato ellenico come un tentativo superbo e geniale dello spirito, che si costruiva da sè una città sottratta ad ogni prepotenza di conquistatore, uno stato d’invidiabile libertà, e come tale tornava a infrangere, moralmente, il particolarismo ellenico per emanciparsi meglio dalle angustie fortunose e opprimenti della politica; quella filosofia si trovava a miglior agio e si diffondeva meglio in uno Stato che tendeva a confondersi col mondo abitato, dove il cittadino tendeva a confondersi con l’uomo, e l’anima umana aveva meno ostacoli a vincere per sublimarsi nella sua trionfante espressione; mentre, d’altro canto, il diritto della città tendeva ad allargarsi, come in un cerchio concentrico, nella sfera più vasta di una generalizzazione maggiore del diritto delle genti, e questo stesso in una sfera più vasta, nel diritto naturale: una realtà che diveniva un’astrazione, un’astrazione che diveniva una realtà.
La pace aveva così il suo crisma dalla filosofia, col suo concetto di uomo che si sovrapponeva a quello di cittadino, con quella sua sfera ideale di azione che si emancipava dalle contingenze della vita, con quella sua atarassia che si librava, irridendo, su tutti gli assalti della miseria e del dolore; e, d’altra parte, per un altro crisma diverso, si naturalizzava a Roma, prendeva anche essa il diritto di cittadinanza romana e, nel suo epiteto e nella sua funzione solenne di pax romana, s’imponeva con tutto il prestigio e l’autorità di un’istituzione positiva, con la forza e la sanzione della potenza e dello Stato romano.
E, per qualche tempo, fosse pure una sosta, il mondo parve godere gl’inestimabili beneficî della pace. Rimarginava, quasi, le sue ferite; si rifaceva in quel senso di sicurezza, come un convalescente che sente rinascere il senso della vita al tepore del sole novello; e fu ed è opinione di più d’uno storico, che in quei primi secoli dell’èra nuova, sotto gli Antonini specialmente, un vero miraggio di felicità arridesse al genere umano.
Pure, col venir meno del bersaglio, non era venuta a mancare la ragione delle armi; e quella pace, che certo includeva in sè molti vantaggi e sotto cui il mondo parve per qualche tempo vivere e respirare a suo agio, celava ancora troppe ragioni intime di contrasti e simulava sotto molti rispetti ancora come uno stato di guerra.
Tutta quella straordinaria varietà di elementi non era ben fusa o non era fusa affatto, e l’Impero contava popoli di lingua e di origine diverse, e, negli stessi àmbiti delle diverse regioni, padroni e schiavi, abbienti e proletarî, dominatori e dominati, tributarî e signori, cittadini e folle prive della pienezza dei diritti politici e civili.
Questi elementi, così diversi e spesso inevitabilmente messi dalla forza stessa delle cose o dalle loro ragioni di vita in contrasto, erano tratti, di volta in volta, a cozzare tra loro, e allora quella stessa potestà imperiale, che era il punto di unione, il centro di quel mondo in movimento, diveniva, nelle successioni specialmente, una mèta e una leva pel divampare della guerra civile.
Per quanto, nella fusione perenne delle diverse civiltà e nell’irradiazione del suo potere, Roma cercasse di diventare come l’anima e lo spirito vitale di tutto il mondo dominato, quella compagine gigantesca era troppo aliena dal centro, troppo diversa e lontana, perchè, da un aggregato qual’era, potesse davvero trasformarsi in un organismo. E, finchè restava un aggregato, un dominio artificialmente tenuto insieme, rappresentava anche un meccanismo troppo complicato e troppo costoso; sicchè, specie in quello stadio ancora poco sviluppato delle forze produttive, funzionava come una continua forza depauperatrice, che elideva in certo modo i benefici della pace, e, rendendo più aspre le cause intime di contrasto, ne fomentava i dissensi. L’esercito stesso, che in mezzo agli elementi inorganici non ancora coordinati o alla disorganizzazione sotto altri aspetti crescente, rappresentava l’elemento più organizzato, pel fatto stesso che era tale e che costituiva una forza prevalente, diveniva agevolmente strumento e causa di prepotenza e, all’occasione, di conflitti interni e di disordine.
Tutt’intorno all’immenso confine, convertito in una cinta fortificata e guardato come un baluardo, formicolavano poi popolazioni barbariche, vere orde talvolta, che si moltiplicavano con la spensierata prolificità di gente allo stato di natura, e, soggette a tutte le vicende degli elementi e alla balìa del caso per quanto concerneva la stessa loro possibilità di vita, fiottavano con l’ostinazione di una forza naturale, cieca e inesauribile, contro un ostacolo, oltre cui vedevano, come l’immagine viva di una terra promessa, uno stato di ricchezza e di vita, quale l’opera di secoli e gli stenti d’infinite generazioni avevano potuto foggiare e verso cui li chiamava lo stesso spirito della propria conservazione, la stessa lotta per l’esistenza.
Così, tra il risorgente ideale della pace, che prendeva la forma di aspirazione religiosa, di bisogno presente, di meditazione filosofica e la vita quotidiana irrimediabilmente turbata o insistentemente minacciata, il mondo romano, che quasi era l’orbe, si agitava ancora come in una contraddizione senza uscita, col moto misteriosamente fatale del pendolo, che, proprio mentre sta per toccare un estremo, è sospinto ed attratto verso l’estremo opposto; e si aveva lo spettacolo dell’Imperatore filosofo, che sillogizzava sulla vanità della vita nel campo stesso in cui ne affermava le vane ire, gli sforzi sterili e sanguinosi.
La pace è equilibrio, che ha bisogno di essere stabile, se si vuole stabile pace; e non vi è nè equilibrio, nè pace, dove la forza è base e legame della vita, e popolo è congiunto a popolo, individuo a individuo, non da mutuo scambio di servigî e uguale correlazione di diritti e di doveri, ma da una legge di servitù che fa l’uomo e l’opera sua mezzo a un altro uomo. Non vi è equilibrio, nè pace, dove qua la mancanza del necessario, là il desiderio e la possibilità del superfluo creano, a vicenda, lo scontento e la preoccupazione, la minaccia e la cupidigia, l’aggressione ch’è difesa e la difesa ch’è aggressione, cioè la guerra, in cui la forza non si risolve, ma si perpetua come in un circolo vizioso, per rigermogliare esacerbata e moltiplicata in altre guerre, in altre violenze, in altri motivi di conflitto.