II.
IL CORVO
CON LE PENNE DEL PAVONE
C'era una volta un corvo che saltabeccava beato e tranquillo nel bugigattolo d'un ciabattino. Un bel giorno trovò le spoglie d'un pavone; e invaghitosi di quelle penne versicolori, tanto piú appariscenti del suo piumaggio nero, se le mise indosso, e cosí camuffato, andò tra gli altri pavoni, nei giardini del re....
No, via, non divaghiamo: ripigliamo il filo. Nell'articolo scorso asserivo che, se chiedete agli iniziati in che cosa propriamente consista questa benedetta filologia, probabilmente otterrete tante risposte diverse quanti sono gl'interpellati.
E non c'è da farne meraviglia. Per ragioni che si chiariranno in questo articolo, i filologi si sforzano ad affermare e dimostrare che la filologia è tutt'altra cosa da ciò che essa è in effetto. E quest'altra cosa, naturalmente, ciascuno la vagheggia, la immagina, la definisce, secondo il proprio desiderio, la propria fantasia, il proprio ingegno. È troppo ovvio che ne derivi una babele. E ingenuità somma sarebbe quindi rivolgersi, per risolvere la questione, ad essi i filologi. Cercare la verità attraverso un dedalo d'errori, non è facile, non è piacevole, non è pratico: onde noi cercheremo di raggiungerla battendo una via maestra. Ora, qui, come in tutte le quistioni intricate, nulla giova tanto ad illuminare quanto il rifarsi dal principio. Sia dunque longanime l'amico lettore, ed abbia la pazienza di seguirmi in una rapidissima corsa, dalle origini, alla decadenza, mascherata da apoteosi, della filologia classica.
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La filologia classica sorge, come tante altre cose belle, in Italia. Senza parlare dei precursori, tra i quali, per altro, è Dante Alighieri, e i manualetti tedeschi non se ne accorgono, incomincia con Francesco Petrarca, salutato anche dai manualetti tedeschi, resuscitatore dell'antichità classica; e in breve giro d'anni vanta, per ricordare i sommi, il Boccaccio, Coluccio Salutati, Niccolò dei Niccoli, Leonardo Bruni, Giovanni Aurispa, il Guarino, Vittorino da Feltre, Poggio Bracciolini, Flavio Biondo, Ciriaco D'Ancona, il Filelfo, il Valla, Marsilio Ficino, Angelo Poliziano (muore il 1494), e, grandissimo epigono, Pietro Vettori (muore il 1585).
Francamente, è un pantheon davanti a cui impallidisce anche la kaiseriana superaccademia di Berlino. Si conceda pure ai manualetti e ai manualoni tedeschi che tutti questi umanisti — i quali però scrivevano il latino in guisa da rivaleggiare con Cicerone e con Orazio, mentre parecchi accademici di Berlino lo scrivono come sguatteri — non intendessero affatto il «contenuto» degli scrittori di Roma: si conceda che non intendessero né lo spirito né la forma dei poeti greci, sebbene vorrei vedere quanti dei filologi «scientifici» sarebbero capaci di scrivere versi greci come quelli di Angelo Poliziano, con quell'onda musicale, con quella nitidezza cristallina, con quella intensità di colore: si deplori col Voigt che questi umanisti fossero pieni d'orgoglio, a cominciare dal Petrarca, il quale, del resto, ne avrebbe avuto miglior diritto di qualche filologo tarpano: ai ammetta, si riconosca tutto questo e quante altre cose vogliono i moderni scienziati; ma rimane indiscutibile il fatto che essi, gli umanisti, svelarono al mondo moderno imbarbarito la radiosa civiltà degli antichi. Con un ardore che divampa tuttora dalle loro pagine tante volte secolari, con abnegazione e tenacia indomabili, a prezzo di stenti, di patimenti, di rischi, questi uomini meravigliosi, che accoppiavano l'ardimento dell'avventuriero alla pazienza del monacello amanuense, corsero il mondo a cercare in fondo ai conventi e tra le insidie di contrade barbare i preziosi manoscritti depositari dell'antica civiltà, li trascrissero, li pubblicarono, li lessero e commentarono alle genti attonite; fecero rivivere nell'uso, con tutto l'antico splendore, la fulgida lingua di Roma; tradussero da quel greco che «non conoscevano», e tradussero molto, e tradussero bene. E per merito loro il nome latino e il nome italiano suonarono, anche una volta, alti, gloriosi, per tutto il mondo civile.