E accanto all'opera loro si svolge, non meno ardente e proficua, quella dei «librai». Diamo un'occhiata, cosí alto alto, alle prime edizioni di classici. Dal 1465, anno iniziale, sino ai primissimi del '500, per una edizione dei Paradossi di Cicerone, apparsa a Magonza, per un Manilio di Norimberga, per un Terenzio e un Valerio Massimo di Strasburgo — e basta — abbiamo 16 classici stampati a Roma; 32 a Venezia (conto per uno gli Oratori attici); 6 a Firenze; 3 a Milano; ed altri a Subiaco, Bologna, Brescia, Napoli, Vicenza, Ferrara. E sia pure che molte di queste edizioni fossero provvisorie e da emendare con la collazione di nuovi codici; sia pure che qualche umanista, abusando della sua favolosa facilità nel latino, correggesse un po' troppo liberamente i testi; ma anche qui sussiste ineliminabile il fatto che, mentre tutto il mondo, Germania compresa, stava a guardare, gli umanisti italiani scopersero e pubblicarono tutti i principali classici greci e latini; li pubblicarono in edizioni in genere corrette, e, quando possedevano il materiale occorrente, meravigliose: tanto che, se confrontate qualche edizione aldina con qualche novissima edizione di Lipsia, passata per la trafila di cento collazioni, avete l'edificante sorpresa di trovarvi dinanzi al testo medesimo; li tradussero, e le loro traduzioni spesso rimasero base fondamentale di tutte le traduzioni future: li commentarono: in una parola, scopersero e diedero al mondo moderno quasi tutto il materiale per la conoscenza e per lo studio del mondo antico. Gli altri avranno fatto meglio di loro: ma tutti dopo di loro. Cose note, arcinote; ma non è male precisarle e ricordarle.

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Scoperta la terra, disegnata la configurazione generale, ecco avvicinarsi gli altri popoli, la cui attività comincia appunto quando quella italiana, raggiunta la piú ardua mèta, incomincia a declinare. Enrico Stefano ed Erasmo di Rotterdam, corifei dei due grandi periodi filologici francese ed olandese, nascono rispettivamente il 1460, il 1466: il principio della loro attività cade quindi fra il il 1480 e il 1490. Angiolo Poliziano, aquila ed usignuolo dell'umanesimo, moriva nel 1494. Gl'Inglesi vengono assai dopo; il Bentley, il loro corifeo, nasce il 1662. I tedeschi, qui come in tante altre cose, arrivano ultimi. L'Agricola, il Reuchlin, lo Schwarzert, non possono davvero passare per precursori: e solamente col Winckelmann (nasce il 1717) incomincia in Germania un vero risorgimento umanistico.

Il periodo francese è veramente gloriosissimo. Esso vanta, per non ricordare che i nomi piú famosi, tutta la dinastia degli Stefani, il Turnèbe, che Montaigne chiamò il piú gran letterato da mille anni ai suoi giorni, il Mureto, sovrano d'ogni eleganza, Giuseppe Giusto Scaligero, l'«aquila fra le nubi», il Casaubon, l'uomo piú dotto dei suoi tempi. Questi filologi, e i minori, ripubblicarono o pubblicarono i testi greci e latini con diligenza, con disciplina, con un materiale di studio che gli umanisti non possedevano ancora. La loro potenza di lavoro era formidabile, favolosa. Il solo Enrico Stefano (il minore), pubblicò 74 autori greci e 58 latini, fra cui diciotto edizioni principi. E questa non è se non la parte minore, il fregio della sua opera: il suo capolavoro immortale è il Tesoro della lingua greca (1572), che in cinque volumi in folio racchiude tutta la grecità. È, sino ad oggi, l'unico gran dizionario greco: è opera di dottrina e genialità infinite: da esso derivano, piccoli rigagnoli, tutti gli altri vocabolarî, compresi il Passow ed il Pape, tedeschi, famosi, e mediocri. — Prima di lui, Roberto Stefano aveva pubblicato il Tesoro della lingua latina (1531), che rimase anch'esso unico sino al lessico del Forcellini, italiano, che anche ora giganteggia su tutti gli altri. Cinque accademie tedesche hanno adesso radunati gli sforzi per compilare un nuovo vocabolario. Ma chi sa quando sarà finito, e chi sa come sarà finito. Per il poco che ne possediamo, si presenta, al pari di tante modernissime operone tedesche, come un mare magno. E non è detto che non vi si possano pescare anche granchi.

Per tornare alla filologia francese, accanto a questi due monumenti degli Stefani, bisogna collocare i Glossarî della media ed infima latinità e grecità del Du-Cange (1678-1688), la sua edizione degli storici bizantini, e la Paleografia e la Biblioteca dei manoscritti di Bernardo di Montfaucon.

Colgo i punti culminanti; e quanto al periodo olandese, che corre quasi parallelo al francese, mi limiterò a ricordare il Lipsio, il Meurs, il Grozio, il Gronovio, la cui opera amplia ed integra in certo modo quella dei filologi francesi.

Ora, in questo periodo che diremo, per intenderci, franco-olandese, si precisano meglio il cómpito e gli scopi della filologia, rimasti nel periodo umanistico un po' indeterminati e confusi. Gli umanisti italiani, nel loro sconfinato entusiasmo, avevano voluto quasi cancellare il torbido periodo dell'età di mezzo, riallacciare a Roma e ad Atene il pensiero e l'arte contemporanea, far rivivere il passato. Sbollita la prima ebbrezza, si vide quanto fosse chimerica tale aspirazione. Rievocare il pensiero e l'arte antica, assimilarli, cercare in quel primo radioso periodo della nostra civiltà fulcri ed impulsi per i futuri progressi, andava bene; ma vuotare la vita attuale del suo contenuto per iniettarvi quello di un'altra epoca, non era possibile e sarebbe stato male. Gli umanisti francesi ed olandesi, piú o meno compiutamente, restrinsero e definirono con gran chiarezza l'essenza e il cómpito della filologia classica. Pubblicare gli scrittori antichi nella forma presumibilmente piú vicina alla forma originale; e per giungere a questo risultato, radunare tutti i codici conservati di ciascun autore, correggerli ed integrarli col paziente confronto. E intorno a questi autori, raccogliere quante notizie antiche servissero ad illustrarli.

Tale il programma. Programma non clamorosamente bandito, bensí strenuamente, pazientemente attuato. Allora non c'erano tante «teorie», tanti contrasti di metodi, tante imposizioni. E non ce n'era bisogno. L'opera era molto ardua nella pratica; ma quanto ai criterî generali, per menti lucide come quelle, non potevano sorger dubbî. Nessuno di quei gagliardi si dev'essere proposta mai la domanda che sembra angosciar tanto le menti tedesche: che cos'è la filologia. Badarono ad operare, ed operarono a bono. E se anche tutto il lavoro filologico compiuto dopo di loro andasse perduto, potremmo ancora, senza troppo disagio, leggere tutti i classici greci e latini. Furono lavoratori ciclopici.

Lavoratori solamente? — Certo l'aureola che cinge i nostri umanisti non circonda le loro fronti. Altro è scoprire una terra, altro è metterla in valore. Il giudizio del mondo che, a lungo andare, tribuisce a ciascuno il suo, colloca questi dotti in una sfera un po' meno luminosa di quella in cui brillano il Filelfo, Marsilio Ficino, Angiolo Poliziano; ma suonano tuttavia immortali i nomi degli Stefani, del Mureto, del Grozio, del Du-Cange.

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