Se non che, numera και, cambia terminazioni, volta in eolico, avvenne a poco a poco un fenomeno curioso: avvenne che ad Herr Philologus codesti famosi classici non parvero poi quelle meraviglie che avevano detto gli umanisti. Ed è naturale. Prendete Elena argiva, uccidetela, scuoiatela, e non vi rimane che un pezzo anatomico ributtante. E analogamente, nelle opere di poesia e di pensiero, fate astrazione dagli elementi sentimentali, passionali, estetici, e vi resta una putrescente poltiglia di vocaboli. Herr Philologus, pituita grossa come gli scarponi, non sentiva il lezzo di cadavere. Herr Philologus procedeva gagliardo alla bisogna, numerava, comparava, moltiplicava sillabe, punti, virgole. E siccome, manipola, manipola, codesta grandezza magnificata dagli esteti Herr Philologus non la vedeva; e siccome Herr Philologus, scienziato per grazia del kaiser e dell'accademia di Berlino, non poteva ammettere d'essere un ottuso; con un rapido passo delle zampe elefantesche, Herr Philologus passò dalla obiettività alla svalutazione.

Già. Avvenne proprio come quando, ai tempi barbari, non raggiando ancora sul mondo la luce della Kultur, un povero europeo naufragava in qualche inospite plaga dell'Africa o dell'Australia: che gli aborigeni, prima lo pigliavano per un dio e lo adoravano; poi, a mano a mano, gli tiravano il naso e le orecchie; quindi lo mettevano in una stia ad ingrassare; e infine lo accoppavano e ne imbandivano succulenti manicaretti. Cosí i filologi tedeschi. Cominciarono, con Winckelmann, con Lessing, con Goethe, a idolatrare i Greci e i Romani, e ad assumerli modelli per dirozzare i proprî costumi, la lingua, lo stile. Poi, preso coraggio, vennero le benevole confidenze: il ganascino a Catullo, una tiratina d'orecchi a quello sporcaccioncino di Tibullo, un colpetto di palma sulla pancetta pulcinellesca di Plauto. Poi cominciarono le parole grosse e gli scappellotti. Cicerone era un mozzorecchi, Livio un leccazampe contafrottole, Orazio uno scimmiotto dei Greci, e bazza a chi tocca. Ma le incursioni tentate dalla bordaglia scientifica in territorio latino, gustosissimamente scorbacchiate in una poesia dello Zanella, sono note a tutti. Meno risaputo è che da qualche tempo i filologi lanzi hanno rivolto i quattrocentoventi del loro metodo contro il Partenone.

Sicuro. Per esempio, il signor Richter, oberlehrer (leggi caporal maggiore) nel ginnasio di Breslau, in un aureo libro in cui una serie di riassunti (il forte dei tedeschi) si dàn l'aria d'uno studio tecnico sulla drammaturgia di Eschilo, dirà pari pari, a proposito della prodigiosa Orestea, che appena si riesce a concepire una maniera piú unilaterale e superficiale di trattare la poderosa materia[17]. Oh, se l'avesse trattata il caporal maggiore, con la rinocerontesca profondità alemanna!

Pindaro, quei campanari dei Greci suoi coetanei si deliziavano tanto all'armonia dei suoi versi, che incisero in lettere d'oro tutta una sua lunga ode, la Olimpica VII, sulle pareti del tempio di Atena Lindia. Ma il Wilamowitz, quello che scuopre le fonti d'Eschilo negli stornelli di Lamporecchio, e che è professore all'Università di Berlino e consigliere intimo del kaiser, ha l'orecchio piú fine di tutti gli antichi Greci messi in un fascio. E quindi assevera che il poeta di Tebe, essendo beota, non riusciva ad esprimere bene i suoi concetti, non sapeva costruire bene le sue frasi e render chiaro il nesso dei suoi pensieri mediante le ricche particelle della lingua greca, non aveva il menomo orecchio per molte regole di eufonia universalmente riconosciute (in Germania?): sicché le sue perifrasi convenzionali penzolano flosce flosce[18]. Ho tradotto alla lettera. E che bocciatura gli avrebbe appioppata, Wilamowitz a Pindaro, se questi si fosse presentato all'esame di greco a Berlino! — E in Italia lo spalleggiarono. Sicuro. Un uomo di gran nome accademico, che non era ellenista, ma era filologo[19], popolarizzando in un suo scritterello codeste preziosità wilamowitziane, precluse la via perfino alla discussione, sentenziando che in simili questioni avevan diritto di giudizio solamente i PARI. Intendeva forse gli accademici di Berlino. Deutschland ueber alles! Vada al diavolo l'arte classica, ma rimanga intatta, e neppur sospettata, la moglie di kaiser, l'accademia di Berlino, che dà le croci di ferro. E non soltanto di ferro.

Adesso poi l'hanno presa anche con Omero. Ed ecco come.

Corinna, emula di Saffo, gli antichi la chiamarono mosca, e non certo per dimostrarle soverchia ammirazione. Quello che di lei conoscevamo fino a poco tempo fa era davvero troppo poco per valutare la convenienza di tale epiteto; ma nel 1906 uno dei famosi papiri ci diede un paio di frammenti abbastanza importanti. Si faccia coraggio il lettore, e scorra la versione, che io gli sottopongo, del piú lungo di essi. C'è dunque un profeta, il quale consola il fiume Asopo, indignato, non sappiamo perché, contro i Numi, e gli rammenta che questi ebbero la degnazione di fecondargli nove figliuole[20].

«Delle tue figlie, tre ne possiede Giove padre, sovrano d'ogni cosa; tre ne sposò il signore che governa il ponto; di due Febo governa i talami;

ed una l'ebbe Ermete, il buon figlio di Maia: ché cosí Amore e Cipride li convinsero a venire nascostamente alla tua casa, a rapire le nove giovinette.

Esse daranno alla luce una stirpe d'eroi semidei, e saranno molto feconde ed esenti da vecchiaia, secondo mi convince il tripode fatidico.