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Ma il vostro morbo s'è appreso all'Italia. L'Italia ha bevuto per lunghi e lunghi anni, come nettarei farmachi, i tòssici pestiferi che voi le andavate propinando. Questo mi avvilisce e mi cruccia: e non è avvilimento e cruccio estemporaneo. E adesso, deposto lo spirito di cordiale antipatia che sinora animava le mie pagine, mi accingo a studiare il male della nostra patria, con l'ansia dolorosa di chi vede languire e sempre piú estenuarsi una persona diletta.
E non è studio facile. Anche qui abbiamo un intreccio fittissimo di cause e di effetti, un corrodimento tenace e dannoso, che, esercitandosi per piú di mezzo secolo nella scuola, nella cultura, nello spirito italiano, ha prodotto effetti rovinosi. Il processo deleterio fu di quando in quando avvertito da uomini di spirito indipendente; e sorsero voci di allarme. Ma troppo piú numerose, arroganti, sicure, si levaron le proteste dei tedescofili; e quelle voci rimasero solitarie, furono soffocate. Nessuno tentò una vera diagnosi. La relazione della Commissione pel riordinamento universitario è opera di persone fornite di molta dottrina e di molto ingegno. Ma ha il difetto originario di tutte le relazioni: non è lavoro organico, bensí compilazione di opinioni e vedute spesso diametralmente opposte. Le singole osservazioni, prese ciascuna per sé, saranno eccellenti: messe a raffronto, risultano quasi sempre contradittorie: sicché nel complesso sembrano il discorso di un uomo cultissimo, il quale affermi che il tale oggetto è bianco, e per provarlo dimostri che è nero, e per rispondere a previste obiezioni sostenga che è verde pisello. Per giungere a qualche risultato, conviene invece raccogliere ed elaborare tutti gli elementi della discussione nel fuoco d'una sola mente. Ed è questo il tentativo a cui appunto mi accingo.
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E dunque, il giorno in cui la patria nostra fu ricostituita a dignità ed unità di nazione, fra gli altri compiti si presentò anche quello di rianimare e riordinare la cultura languida e dispersa. Come principalissimo tramite di tale riordinamento, si presentavano, naturalmente, le Università. E quindi si procede' ad organizzare ed unificare le molte Università italiane, che, per ben cognite ragioni, erano diversamente ordinate, e s'erano andate immiserendo, dove piú, dove meno, in tutte le regioni.
Stabilito il piano unico di riforma (legge Casati del 1859), emerse la necessità di crear nuovi professori. E, quasi per miracolo, si trovò un nucleo d'uomini insigni per dottrina, per ingegno, per carattere: Carducci, De Sanctis, Settembrini, Bonghi, Comparetti, D'Ancona, Amari, Villari, Bartoli (Atto Vannucci, storico insigne, e per nostra vergogna quasi dimenticato, non ebbe, ch'io sappia, cattedra universitaria).
Questi uomini non provenivano da veruna scuola tedesca. Erano tutti di fabbrica paesana. Il De Sanctis, come tutti sanno, usciva dalla Scuola del Puoti. Il poeta dei Giambi ed epodi aveva studiato dagli Scolopi. Il Settembrini s'era tirato su per avvocato, per avvocato il Bartoli, per notaio, e l'esilio gli troncò gli studî, Alessandro D'Ancona. Michele Amari era impiegato alla Tesoreria di Stato in Sicilia, Ruggero Bonghi «o bene o male, venne su da sé». Il Comparetti spiccò l'altissimo volo verso il mondo ellenico dagli alberelli e dalle teriache d'una farmacia. Alla stretta dei conti, furono tutti un po' autodidatti, e si fecero, piú che altro, studiando gli autori, allacciandosi alle tradizioni italiane. E ciò non ostante, nessuno vorrà dire che abbiano tenuto con poco onore le cattedre ad essi affidate.
Se non che, di alcune discipline recentissime, per esempio glottologia, sanscrito, lingue neo-latine, scarseggiavano o mancavano cultori. Ed anche per le discipline piú coltivate, il numero degli studiosi era insufficiente, anche perché le Università italiane erano troppe. Erano troppe, e non si ebbe il coraggio di ridurle: germe di male, questo, che difficilmente si potrà estirpar mai dalla patria nostra.
Dunque, occorrevano professori. E l'Italia fece quello che fanno in simili occorrenze gli acquirenti giudiziosi, che ricorrono ai magazzini meglio forniti e accreditati. Né credito né merce mancavano alle Università di Germania, che da tempo erano divenute un'ampia manifattura di filologia, come con singolare chiaroveggenza osservava fin dal 1845 il Giordani[28], il quale, dal Bonghi in giú, vien dichiarato, da ragazzi e da non ragazzi, puro stilista, cioè puro babbione, e invece espose, in quasi ogni suo scritto, ed anche in quistioni di cultura e di studio, verità profondissime, e da meditarle anche noi modernissimi, acutissimi, profondissimamente rihegeliani. E l'Italia si provvide in Germania. E si provvide in due maniere. Togliendo di peso professori tedeschi che venissero a effonder direttamente fra noi qualche raggio del loro sapere sublime; e mandando in Germania studiosi italiani che si illuminassero alle empiree fonti di Berlino, di Lipsia, di Gottinga, e tornassero poi a darcene qualche riverbero.
E cosí, dal '60 in giú, ebbe luogo la organizzazione scientifica delle Università italiane; e tutte le cattedre, le antiche, le nuove e le nuovissime, furono affidate ad autentici rappresentanti del metodo scientifico. A poco a poco, la organizzazione scientifica fu compiuta. E in un suo scritto, il buon Pascoli, che era molto fino, ma in certe questioni travedeva stranamente, compiacendosi dello stato attuale della cultura italiana, osservava che oramai gli stranieri badavano anche a noi, e ci lodavano. «Oh bravi, guarda! Ci siete arrivati anche voi?» — Sí, oh buono e grande poeta, che guardavi molto i campi e poco le miserie accademiche: sí, la Facoltà di lettere nelle Università italiane è divenuta istituto perfettamente scientifico: sí, ci siamo proprio arrivati anche noi.