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Ci siamo arrivati anche noi. Però, miei colleghi universitarî, deponete ogni male inteso amor proprio, e rispondetemi in coscienza. Diamoci un'occhiata attorno. Dopo cinquant'anni d'intenso lavoro scientifico, la scienza filologica italiana ha prodotto opere che si possano equiparare alla Storia della letteratura italiana e ai Saggi del De Sanctis, ai Discorsi sullo svolgimento della letteratura nazionale e ai cento altri studî del Carducci, alla Storia dei Mussulmani in Sicilia dell'Amari, al Virgilio nel Medio Evo del Comparetti, e ai lavori in genere del D'Ancona, del Settembrini, del Bonghi, del Vannucci, del Bartoli? — No, è vero? La risposta non può essere dubbia. Andiamo avanti.

È vero o non è vero che, ad onta di tanti perfezionamenti di metodi e di tanta folla di studiosi, ci troviamo imbarazzatissimi a cuoprire degnamente le cattedre vacanti, e specialmente quelle delle discipline piú importanti, specialmente quelle di letteratura italiana, specialissimamente quelle di letteratura latina? Anche questo non saprete negarmelo.

E ditemi ancora. Quando nei concorsi alle cattedre di scuole medie abbiamo esaminato centinaia e centinaia di giovani aspiranti, dobbiamo o non dobbiamo deplorare quasi sempre che questi giovani, pure usciti da codeste nostre università filologiche scientificamente organizzate alla tedesca, non sappiano leggere con giusta pronunzia né a senso una canzone del Petrarca, non scrivere una paginetta di latino senza infiorarla di spropositi, non intendere a prima vista autori latini che i nostri padri e i nostri nonni, scolari dei preti, sapevano a memoria, interpretavano dormendo?

E quante volte, ricordate, in camera charitatis, abbiamo dovuto deplorare che nelle aule di lettere, e massime dopo il miglioramento degli stipendi, si affollino giovani che per gli studî letterarî non nutrono la menoma passione, che non leggono mai né una storia, né un romanzo, né un poeta, che non dimostrano, in genere, veruno sfavillio di pensiero: e che i giovani di piú fervido ingegno corrano invece tutti alle altre Facoltà, quelle di legge, di medicina, di scienze?

E, uscendo dalla scuola, vi siete accorti che oramai professore e seccatore sono divenuti sinonimi quasi assoluti? Avete badato al fatto che gli artisti, i quali un tempo solevano vivere in fraterna dimestichezza con i dotti, adesso, al solo fiuto del professore, scappano a gambe levate? Avete mai osservato che i grandi movimenti di pensiero e di cultura avvengono, oramai, fuori dell'università, e contro l'università? E le violente ribellioni dei giovani contro la dottrina ufficiale ed accademica, ultima e piú clamorosa il futurismo, le crederete davvero ispirate tutte ad ignoranza, a malanimo, ad astio, ad invidia, insomma a sentimenti ignobili, e quindi da spregiare, da non badarci, da non curarsene?

Sono sintomi gravi, cari colleghi. Tutta la cultura italiana è viziata, attossicata. E dunque, non vi rincresca, se pure avete a cuore le sorti della nostra patria, di studiare anche voi il male, di aiutare la mia ricerca. Io potrò sbagliare la diagnosi, i rimedî che suggerirò potranno sembrare inefficaci o inopportuni. Confutatemi, e riconoscerò volentieri l'error mio. Ma non cadiamo, per carità, nella solita presunzione di crederci ciascuno unico depositario della verità, e di soffocare problemi di capitale importanza, con le velate allusioni maligne, con le insinuazioni personali, con le materiali occulte opposizioni.

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La maggior parte degli uomini chiamati, intorno al '60, a rianimare la cultura d'Italia, erano principalmente studiosi di letteratura italiana; e da persone di senno e di coscienza quali erano, incominciarono con l'esaminare le condizioni della loro disciplina, per scuoprirne le lacune e studiare il modo di colmarle. Ora, questi uomini cosí diversi di cultura, d'ingegno, d'indirizzo, si incontrarono tutti in un punto: nel sostenere che occorreva sostituire ai metodi allora imperanti nelle università un indirizzo severamente positivo. Non parliamo del Carducci e del D'Ancona, è cosa nota; ma perfino il De Sanctis, sospetto, ingiustamente, di spregiare la precisione dei fatti, scriveva testualmente queste parole: «Gl'impazienti ci regalano ancora delle tesi e dei sistemi: sono stanche ripetizioni che non hanno piú eco. La vita non è piú là. Ciò che oggi può essere utile, sono lavori serî, e terminativi nelle singole parti»[29].

E s'intende bene il perché di questa concordia. Da un lato occorreva reagire ai pessimi vezzi della cultura italiana, al fatuo rimbombo delle cattedre d'eloquenza, allo schematismo vacuo pedantesco dei puristi, alle cicalate e alla zazzera degli epigoni romantici: dall'altro molti campi ancora inesplorati della letteratura italiana richiedevano l'applicazione del metodo che dicemmo ottimo, anzi unico, nelle fasi iniziali di ciascuno studio, quello severamente filologico.